Jehnny Beth lancia “To love is to live“, il suo ultimo lavoro discografico.

A noi la musica di Jehnny Beth, ex frontwoman delle Savages, parla apertamente, presenta la forma del primo progetto solo e distende un panno grande quanto la planimetria di un’isola.

Ciascuno di noi può farsi addosso lo stesso esercizio, adoperando parti del suo insieme e guardare le proprie membra e le immaginazioni come un diario sensuale.

Per lei vale la polpa elettronica con le chitarre interiori, un battito che mette in circolo il sangue e proferisce. Fa un racconto di braccia disarticolate e costellazioni. Non abbandona il necessario spirito punk che destruttura e non arretra.

A me ricordi me, Jehnny, e così vale per l’ascolto, costruito sul filo di un diario, che a scriverlo le mani non reggono un bicchiere dal tremore.

Parli alla tenebra, usi una voce frigida e pulsa un substrato, una reminiscenza.

Abbiamo avuto tutti noi del male in polvere che si perdeva nelle nostre corsie interne, nei gorghi di liquidi sotto la pelle, nelle cavità dei sistemi circolatori.

È vero, volevamo nasconderci, ma in un altro mondo arrivano i riflussi, e il magma si mostrava fino alla superficie dove le luci fioche delle stelle battono.

Hai detto bene la lezione di Bjork, di Tricky, la poesia urlata e le spaccature, che prende le mosse dal fantasma di Bowie e dallo spazio si immerge in una pasta amniotica, in mezzo tra la riva e la poesia. La produzione curata da Flood e Atticus Ross plasma edifici di suono metallico.

Tra i brani, I’m The Man dalla colonna sonora di Peaky Blinders, Flover ed Heroine guidano il lotto come colpi a irrompere nel panorama.

Amare è vivere, nel buio sintetico dove collera e disperazione non si perdono, ma luccicano sul fondo di sé.

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