Dopo l’elektronische musik di “Stati emozionali” e la psichedelia di “Don’t shoot the piano player (it’s all in your head)”, SOLO cambia di nuovo direzione con un brano in bilico fra dream popsynth pop e dance“Something (you don’t need)”.

Nato come brano su commissione per il producer Lup Ino“Something (you don’t need)” ha avuto una lunga gestazione, passando anche fra le mani di Cosmo.

L’abbiamo sentito e ascoltato. Solo:

Parlaci un po’ di te, SOLO. Innanzitutto, perché questo aka? Rappresenta un bisogno/uno status quo di solitudine o magari è un acronimo? 

Nessun acronimo: SOLO, semplicemente, perché è un progetto in cui faccio più o meno tutto io, da solo. Quindi SOLO di nome e di fatto. Tutto in maiuscolo, perché mi piaceva graficamente la resa (e perché sono megalomane). In realtà, però, ora sto collaborando con Davide Garofalo, alla batteria, ma diciamo che è un progetto solista che vorrei restasse tale, anche perché sono molto dittatoriale su arrangiamenti ed esecuzione e, pur non essendo un grandissimo musicista, trovo sia difficile che qualcun altro, anche più tecnico di me, possa suonare i miei brani come li suonerei io. Questo, naturalmente, per quanto riguarda le registrazioni in studio: dal vivo, prima o poi, sarò “costretto” a trovare qualche compagno di viaggio. Oppure potrei, in alternativa, clonarmi (anche se sono dell’opinione che i cloni, non avendo vissuto le stesse esperienze dell’originale, risultino comunque essere molto diversi da chi è stato clonato).

Quali sono gli elementi che compongono i tuoi processi creativi? Hai un rituale o una musa? 

In realtà non ho un metodo e, solitamente, non ho nemmeno l’intenzione di comporre, quando capita. Semplicemente, magari sto strimpellando qualcosa e sento che “funziona” (almeno, lo spero), e inizio a immaginare come potrebbe evolvere, dove portarla. Magari scopiazzando, di qui e di lì, da artisti che stimo e che possono essere fonte di ispirazione. “Something (you don’t need)”, in realtà, essendo nata “su commissione” (per il producer Lup Ino) ha forse avuto un iter leggermente diverso. Ma resta il fatto che le mie canzoni nascano sempre strimpellando alla chitarra, mettendo un po’ di accordi in fila, e il resto va da sé.

Il tuo ultimo singolo, “Something (you don’t need)”, cammina con un’andatura molto chill sul filo della critica verso la società dell’apparire. In particolare, c’è un verso che canti con Nobody che recita: “Oh now you’re feeling sad. You know? I feel the same.” Suggerisce molta empatia. L’esatto opposto del contesto in cui i protagonisti del brano vivono e viviamo: una società materialista fondata sul culto della bellezza e del capitalismo ne è spesso priva tanto da diventare, per certi aspetti, alienante. Qual è secondo te la chiave adatta a ritrovarla? 

Ti potrei dire cosa si potrebbe fare, a mio avviso, ma sarebbero tutti suggerimenti utopici, e questo perché a nessuno interessa davvero essere libero. Tutto sommato, il capitalismo ci permette di vivere una vita all’apparenza facile e felice (per chi sta al di sopra della soglia di povertà, naturalmente). Dico “all’apparenza” perché è indubbio che le spinte della società dei consumi ci portino verso una sorta di psicosi di massa che va, poi, ad influenzare anche il malessere personale degli individui: più andiamo avanti e più, mi pare, le persone tendono a sviluppare disturbi di tipo psicologico. Ecco, magari una soluzione potrebbe essere psicoanalisi obbligatoria per tutti. “Psicoanalisi” intesa non solo come “risoluzione di eventuali problematiche psicologiche” ma anche, e forse soprattutto, come “conoscenza del proprio io”: solo conoscendo se stessi, acquistando consapevolezza di chi si è, si evita di cadere nella “trappola” sociale che ci vuole in competizione con gli altri per l’affermazione del proprio io. Se io sto bene con me stesso me ne frego di dovermi mostrare al di sopra degli altri, esteticamente ma anche materialmente: non vorrò il macchinone, non lo smartphone di ultima generazione, non avrò bisogno di postare sui social ogni minima cazzata che faccio, in questa continua competizione con gli altri, a chi fa più cose, a chi appare di più e meglio. Ecco, magari proporrei di abolire Instagram e TikTok: appena divento dittatore del mondo lo faccio. Abolire Instagram, TikTok e gli spritz, come primo, serio, provvedimento. Un altro provvedimento importante potrebbe essere il ritornare a parlare di classi sociali, per ridare identità a tutti: il proletario, il sottoproletario, non hanno più modo di riconoscersi e interfacciarsi con i propri simili (e, in questo modo, crearsi una identità di classe che possa avere peso politico all’interno della vita di un Paese). Non hanno modo di riconoscersi come sottoproletari e proletari perché, da un giorno all’altro, i termini che li definivano sono stati cassati dal nostro vocabolario: nessuno usa più questi termini, fino a qualche decina di anni fa così importanti, a livello culturale, sociale e politico; di colpo, siamo diventati, magicamente, tutti piccolo-borghesi. Naturalmente, lo siamo diventati solo nominalmente, perché le problematiche economiche per la classe operaia continuato ad essere gli stessi, se non peggiori. Ma è stata cancellata, a livello percettivo, l’idea che il proletariato e il sottoproletariato esistano ancora. Questo perché la società dei consumi ci vuole tutti standardizzati, tutti omologati, tutti che dobbiamo anelare alle stesse cose (da acquistare, naturalmente). La società dei consumi è riuscita in ciò che il comunismo aveva fallito: ci ha reso tutti uguali; uguali nel volere tutti le stesse cose: vestirci uguali, andare tutti nei luoghi “in”, crearci una finta personalità che rispecchi tutti gli stereotipi che ci vengono dettati dall’alto. Ma potrei anche spingermi oltre, dicendoti che la società ci spinge a voler essere non solo borghesi, ma addirittura super-ricchi, anche grazie al mito del self-made man, in italia sdoganato da Berlusconi: avevano analizzato il fenomeno, in maniera ironica e sarcastica, ma molto oculata, i Ministri, con “La faccia di Briatore”, canzone in cui cantano come la gente voglia abbronzarsi per sentirsi come lui, per mimesi. Forse uno dei problemi più grandi è che la musica da intrattenimento non parla più di temi sociali e, se lo fa, lo fa in maniera banale, a favore del sistema e non contro di esso. Ma questo sempre perché le nuove generazioni non hanno coscienza di classe perché, appunto, il discorso sulle classi sociali è stato da almeno due decenni cassato da ogni tipo di discussione. La mia generazione, quella del G8 di Genova, e quelle precedenti, hanno fallito miseramente nella lotta contro la società dei consumi (che, per quanto mi riguarda, è l’unica lotta che conta davvero: non c’è svolta ecologista senza lotta alla società dei consumi; non c’è lotta per i diritti sociali senza una lotta che ripensi il modello economico, ecc…). Ma, del resto, cosa puoi fare, quando il controllo è tutto in mano a chi tira i fili?

Prima del synth-pop di “Something (you don’t need)” hai fatto assaggiare al pubblico anche dell’elektronische music e della psichedelia. Quali altri generi stai esplorando o sei pronto ad esplorare? Che progetti hai per il futuro?

“The importance of words (songs of love, anti-capitalism and mental illness)”, l’album che conterrà i singoli già pubblicati e il resto dei brani a cui sto lavorando, sarà molto vario. Purtroppo, o per fortuna, non riesco a scrivere seguendo un unico genere (tranne nell’altra mia band, la The Bordello Rock ‘n’ Roll Band, dove resto ancorato allo stilema punk ‘n’ roll, o nei M.i.B., altro progetto punk/grunge ancora da sviluppare). Essendo un ascoltatore onnivoro mi trovo influenzato, di volta in volta, da stili diversi. Il prossimo singolo, che uscirà a settembre, “Propaganda in my eyes, again (you’re erased)”, sarà un brano agli antipodi rispetto alla delicatezza malinconica di “Something (you don’t need)”, visto che è un brano fatto di devastante rabbia punk/grunge, molto nirvaniano. Gli altri brani che andranno a comporre l’album si muovono fra lo shoegaze e l’art-rock vicino a certe produzioni dei Radiohead o dei primi Muse; o, ancora, ci saranno delle “ballad” grunge e, forse (ancora sto decidendo se inserirlo o meno), un brano disco dance. Magari a qualcuno questa mia “scelta” potrebbe far storcere il naso, da un punto di vista della promozione dell’album, come in molti mi stanno facendo notare che i miei brani sono troppo lunghi per ciò che il mercato attuale richiede. Ma io dico una sola cosa: “Che si fotta il mercato, e che si fotta il pubblico che si fa dire ciò che ascoltare e come ascoltarlo”.