Francesco Bianconi, voce storica dei “Baustelle”, lancia l’album da solista “Forever“.

Ciascuna officina artistica comprende un me che filtra lo scibile del pensiero, del sentimento, e lo rimette in un baluginio oltre il personale.

Qualcosa di confezionato, con un canone che sia popolare e dia respiro all’inquietudine senza perdere attrattiva.

E’ questa la parola ultima che più ci preme addosso, inquietudine, dietro le ansie di ostinato divertirsi, di continuo perdersi, ora che il confino ci tiene chiusi, da molti più mesi che quelli passati e vivi, adesso.

Ora le risacche violente di ritorno ci atterriscono, la notte sembra eterna.

Forse è un altro buon momento per desiderare la luce.

Ora ce ne stiamo in un cantuccio, in un canto o in una sequenza di canzoni, facendoci le storie collettive, i conti col dolore per guardare fuori, da una finestra migliore, con una vista o almeno un vetro.

Sono canzoni sospese queste dieci di “Forever”, musiche da camera nel senso intimo e arrangiato, giocate sulle corde e sulle romanticherie, sulle passioni senza tempo.

Questo è quello che ci serve, una compagnia e un ascolto, un desiderio in grado di alimentarsi senza fingere, senza repliche automatiche.

Sembrano stanze o geometrie, con i sodali a nome Kazu Makino, Hindi Zahra, Amedeo Pace alla produzione, Rufus Wainwright ed Eleonor Friedberger e il Balanescu Quartet, a colorare e a sfumare una composizione forte, che contrasta il vivere facendolo svanire in altre dimensioni.

Vorrei un respiro addosso, un cuscino freddo e poi.

Vorrei che fossi qui.

Come una nuvola lontana dal pianeta dei Baustelle.

Vorrei una cosa immateriale trasmessa come se i poeti riuscissero, per una volta, a parlare per noi, con noi, facendo il rito.

Caro inferno, caro bene, ho un obiettivo anche io, dice il poeta, che veste i panni di un musico rivolto al cielo e alla terra insieme, con tutto ciò che ci sta in mezzo, per sua definizione.

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