AUT AUT è  un progetto che unisce Andrea Biondi vibrafono + live electronics e Jacopo Ferrazza contrabbasso + live electronics.

Il progetto scaturisce da affinità elettive maturate inconsapevolmente nell’arco di oltre 10 anni di amicizia e di musica condivise. AUT AUT vuole essere un punto di vista trasversale sul significato di fare musica nel terzo millennio. Una personale ricerca sulla sottile linea della storia che ci rende “figli” di Perotinus e “padri” delle “macchine virtuali”. Pone attenzione particolare al ’900 dal quale attinge con una lente d’ ingrandimento, destrutturando ulteriormente quello che Ligety e Bartok maneggiavano, intorno al più ampio concetto di tonalità, utilizzando improvvisazione ed elettricità come elementi strutturali e significanti.

Due singoli, “Tia Mak” e “Groovy”, sono solo il primo passo di quello che si prospetta essere un lungo percorso artistico. Anticipano, infatti,  l’uscita dell’album ufficiale prevista per settembre.

Imbattermi in Jacopo Ferrazza, contrabbassista ed artista che nonostante  la sua giovane età vanta importanti collaborazioni ed esperienze sia in Italia ma anche all’estero, significa ragionare con una complessa personalità artistica, che tramite misure e dinamiche avanguardistiche e contemporanee, si rende interprete del groviglio di meccanismi che governa il suo tempo.

Lo faccio!

 

 

 

Cosa vi ha spinto, insieme con Andrea Biondi, a realizzare e a mettere in moto il progetto Aut Aut? Per Kierkegaard esprimeva il dualismo tra una vita di tipo etica e un’altra di tipo estetica, cosa diventa invece in questo progetto?

 

Il progetto Aut Aut nasce dopo dieci anni di collaborazione tra me e Andrea ma soprattutto dopo anni di profonda amicizia e lunghe conversazioni.

La curiosità e la voglia di sentirsi liberi dalle sovrastrutture acquisite con gli anni ci hanno portato a pensare ad Aut Aut. Questo termine rappresenta a pieno il senso di ciò che abbiamo in mente e racchiude in se le direzioni che vogliamo intraprendere. Aut Aut non è un termine che predilige o esclude una via per un’altra ma è qualcosa che fa convivere più direzioni parallelamente, anche se apparentemente diverse tra loro. Incarna ciò che io e Andrea siamo, musicisti di formazione classica e jazzistica che portano dentro di loro la curiosità per molte altre forme di linguaggio e di espressione. Questo dualismo si specchia anche nella scelta timbrica e sonora del progetto che viaggia tra due binari diversi come il suono acustico e quello elettronico, apparentemente inconciliabili.

 

In “Tia Mak”, voci, sonorità e immagini che a mio avviso  evocano uno stato di angoscia e di disagio. Un disequilibrio vissuto dall’uomo contemporaneo costretto ad affrontare la società delle contraddizioni. Qual è l’obiettivo di questo brano e perché la scelta dell’intervento di una voce che si alterna con suoni e musica?

 

Tia Mak rappresenta esattamente questo stato di squilibrio e di estraneamento rispetto al mondo circostante. Incarna l’uomo che si trova incredulo di fronte al materialismo che lo circonda ed è impotente davanti alla mancanza di umanità della suo società. La scelta di inserire il canto con un continuo crescendo di pathos è per rappresentare quest’uomo, con la sua voce, che da essere inerme piano piano si ribella e urla contro ciò che non lo rappresenta più. Possiamo immaginare quindi questa figura, rappresentata dalla voce, che cresce a dismisura assecondando la sua rabbia, in mezzo al marasma di suoni che la circondano. C’è anche un parallelismo tra la dimensione intima (parte iniziale) e lo spazio esteriore, descritta dalla continua aggiunta di suoni e materiale sonoro.

 

Nella tua carriera ci sono tante esperienze in giro per il mondo. Anche, alla luce delle proteste in Piazza Duomo degli operatori della Musica, a tuo avviso l’Italia è un Paese per musicisti ed artisti? Qual è il senso di disagio (qualora ci fosse) che prova un contrabbassista contemporaneo?

 

L’italia dovrebbe essere un paese per musicisti ed artisti. L’Italia deve esserlo. Per dare dignità alla sua storia unica nel mondo ma soprattutto per dare dignità agli infinità di talenti che la popolano e che meriterebbero maggiori possibilità. Abbiamo visto in queste ore però come il mondo dello spettacolo e dell’arte venga paragonato a movida, bar e ad altri settori, tutt’altro che artistici. Forse è arrivato il momento di farci sentire, non solo dai balconi ma scendendo in piazza. Non è più ammissibile che nel 2020 un artista non venga riconosciuto dal proprio stato per cui paga le tasse. In Italia ci sono milioni di operatori nel settore spettacolo, molti più di altri settori più blasonati o di cui si parla, ed è ora che venga riconosciuto loro ciò che gli spetta. Il mio disagio non è relativo alla mia figura di contrabbassista ma è proprio del mio essere artista, persona e essere umano.

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