La notizia che ha sconvolto il webbe: i Daft Punk non ci sono più.

I social network sono impazziti all’annuncio dell’epilogo del progetto Daft Punk. Post di commiato, disperazione sparsa e rivelazioni mistiche sulla fine della Musica con la “M” maiuscola.

In questo scenario apocalittico c’è da chiedersi se fosse davvero una notizia così drammatica. Insomma, sono l’unico ad esserne felice?

Prima che gli integralisti daftpunkers dell’ultima ora inizino ad insultarmi, mi spiego meglio.

I Daft Punk sono il punto cardine della musica alternativa. Mentre la scena anticonformista si interrogava ancora sull’etica dell’utilizzo di effettistiche raffinate come evoluzione delle distorsioni canoniche alle chitarre, i Daft Punk esordirono con un impatto tale da mettere insieme diverse tipologie di ascoltatori senza dover ricorrere a meccanismi scontati. La dimostrazione di come la musica elettronica potesse avere ben altre evoluzioni rispetto all’house music commerciale o alle sperimentazioni concettuali di tipo paranormale.

In 28 anni “solo” 4 album, live sconvolgenti, ogni singolo da aggiungere al panorama musicale universale, collaborazioni mai stucchevoli, colonne sonore giuste, filmografia ineccepibile, visual impressionanti. Chiarito quanto i Daft Punk siano meritevoli solo di belle parole, c’è ora da chiedersi quanto fosse necessario disperarsi per la notizia di questi giorni.

Il pianeta “Musica” ha perso una delle band migliori? Certo. Siamo orfani di fantastici interpreti? Probabilmente li rivedremo (e sicuramente li abbiamo già intravisti) in altre forme. C’è da rammaricarsi? Assolutamente no.

Quando una qualsiasi espressione artistica, che abbia avuto il merito di essere riferimento della propria scena tanto da influenzare ogni altra forma d’arte, giunge al termine del proprio percorso, è giusto, corretto, DOVERSO annunciarne l’epilogo. Quando un/una artista sente di aver terminato il proprio percorso, di non aver più nulla da dire o semplicemente di aver raggiunto il proprio scopo, è quantomeno rispettoso per i propri “followers” ritirarsi dalle scene e consegnare alla Storia l’eredità della propria produzione. Soprattutto in un progetto come quello dei Daft Punk, che sin dall’inizio ha avuto il merito di concentrare tutte le attenzioni sulla musica e le sue sfumature rinunciando del tutto ad un’immagine definita nelle persone che la componesse.

Dovremmo fare lo sforzo di immaginare un mondo in cui ogni nostro “mito” del passato avesse evitato di deluderci con scelte inappropriate, contrapposte all’essenza del messaggio stesso che ci aveva colpito.

Immaginate se gli Afterhours, una delle band capostipite della scena indipendente italiana, avessero deciso di sciogliersi prima di passare ad una major per un The Best Of, prima di partecipare a Sanremo, prima di Manuel Agnelli giudice di X Factor. Immaginate se Bob Dylan, menestrello del folk d’autore e di contestazione, avesse deciso di smettere di suonare prima di non ritirare – ritirare forse – ritirare di nascosto il Premio Nobel, prima di averci regalato gli ultimi live palesemente stanchi e annoiati. Immaginate se i Radiohead, prima band internazionale ad abbandonare una major in favore della libera autoproduzione, ci avessero annunciato di essersi sciolti prima di capire il meccanismo commerciale della ristampa con una bonus track (tra l’altro già presente nel proprio repertorio). Oppure, andando leggermente oltre, se Tsipras avesse rispettato l’esito del referendum in Grecia, se si fossero fermati ad Ocean’s Eleven, se avessero deciso di chiudere Lost alla quinta stagione, se Sarri avesse lasciato il calcio prima di passare alla Juventus.

Ecco. L’epilogo non è solo un atto di rispetto verso se stessi, ma un’opera socio-psico-pedagogica per preservare il romanticismo con cui ogni fan costruisce l’immagine immortale del proprio mito.

I Daft Punk avrebbero potuto andare avanti all’infinito. Epilogue, con una scena tratta dal film Electroma del 2006, lascia ad intendere che la decisione nasca da uno dei due fondatori del progetto. Avrebbe potuto continuare l’altro, oppure il collettivo costruito nel tempo avrebbe potuto continuare a pubblicare hit e a macinare dividendi anche senza i fondatori. Avrebbero potuto decidere di continuare svogliatamente, con featuring senza senso o svoltando sul raggaeton. Avrebbero potuto lasciarci con l’annuncio di un ultimo album (magari un The Best Of con una bonus track) per garantirsi un fondo pensionistico. E invece no. I Daft Punk hanno scelto una linea coerente, fatta di amore per la propria musica ma soprattutto ci hanno consegnato la certezza che, in questa cameretta dalle mura ormai disastrate, almeno un poster continueremo a tenerlo appeso lì, a risollevarci dalla prossima delusione.

I Daft Punk sono morti: VIVA I DAFT PUNK!