Viola Ardone attraverso “Il treno dei bambini”, Einaudi, offre un anacronistico spaccato di una Napoli suggestiva e commovente. Era il 1946 quando Amerigo e tanti bambini napoletani, su iniziativa del Partito Comunista, lasciarono per qualche mese i propri quartieri alla volta di alcuni luoghi dell’Emilia Romagna e del Nord Italia, per trovare maggiore conforto economico e sociale. La storia di Amerigo e del suo violino, pubblicata nel 2018, è entrata in punta di piedi nelle librerie degli italiani per scalfire il complesso sentimentale del nostro Paese, ancora emotivamente scottato da un pezzo indelebile di storia. 

Viola Ardone, scrittrice e docente di Italiano e Latino, offre la possibilità di rispolverare nella cesta dei ricordi, reca dignità alla memoria e conduce verso uno spazio temporale intriso di valori ad oggi palesemente difficili da rilevare. 

Sebbene esposto secondo il punto di vista e lo slang di uno smaliziato bambino partenopeo  del secondo dopoguerra, “Il treno dei bambini” è un libro che pesa come un macigno. Si evince un inviolabile senso di responsabilità, i nuclei tematici di questo romanzo prendono a schiaffi il nostro inadeguato senso storico.

Come e quanto pesano gli argomenti di questo racconto e cosa muove i fili di questa narrazione lo lascio esprimere, come d’altronde sono solito fare, alla madre di questi sentimenti. 

 

Viola Ardone al telefono è l’intellettuale che gioisce ancora come una bambina quando qualcuno le comunica che ha gradito le sue pagine. Chapeau!

Chi è Viola Ardone? Quando e come diventa scrittrice? Come ha cambiato la tua vita la pubblicazione con Einaudi del tuo romanzo “Il treno dei bambini” nel 2018?

 

Sono un’insegnante di liceo, ma prima ancora sono stata impiegata come redattrice presso la casa editrice napoletana Edizioni Simone, dove mi occupavo di narrativa per la scuola e della redazione di libri di testo di materie umanistiche. Ho sempre amato la scrittura e ho pubblicato il mio primo romanzo nel 2012 con l’editore Salani. “Il treno dei bambini”, il mio terzo romanzo, ha avuto un grande riscontro di pubblico e critica, ma la mia vita è rimasta la stessa.

 

Il comunismo nel tuo libro, a mio avviso, appare come un padre severo talvolta austero, intransigente, ma che segue i propri figli affinché camminino bene. Un occhio che scruta, aiuta, sostiene e segue, dotato di una grande morale. Questo grande elemento, nucleo principale della tua narrazione “Il treno dei bambini”, sebbene sia scomparso dalla Politica Italiana, è secondo te ancora presente nei sentimenti degli italiani? In che termini, in che modo?

 

Quel modo di intendere la politica non esiste più: la sinistra e la destra, intese come categorie novecentesche, sono state sedotte dalle lusinghe del populismo, che è una grande mistificazione del tentativo di stare vicino ai bisogni della gente. Bisognerebbe ricostruire dal basso, dal circolo, dal quartiere, dal rione, rifondare una politica che conosca in maniera capillare le necessità del suo elettorato.

Nonostante lo slang napoletano verace ed un profondo ideale di sinistra, cosa ha permesso alla storia di Amerigo e del suo violino di entrare nelle case degli italiani, trasmettendo gioia e molta tenerezza?

 Credo di aver raccontato una storia universale: la separazione, la scoperta, il ritorno, il bisogno di accettazione, la paura dell’abbandono. Il romanzo è in corso di traduzione in 30 lingue, questo significa che questi temi appartengono al vissuto di ciascuno di noi, a prescindere dal tempo e dal luogo.

 

La nostra tradizione letteraria italiana è intrisa di fili conduttori, elementi che legano le penne di tutto il Paese. Mi hai ricordato per diversi aspetti una donna, scrittrice, madre di alcuni sentimenti fondanti del Novecento italiano, Elsa Morante. Nella tua libreria personale c’è “l’isola di Arturo”?. Da quale tradizione culturale letteraria provengono le tue parole scritte? Da dove nasce in generale il principio di ispirazione di Viola Ardone?

 

L’isola di Arturo è nella mia libreria e in quella dei miei studenti: da diversi anni dedico l’ora di lettura settimanale a quel meraviglioso romanzo di Morante e gli alunni ne rimangono affascinati. Accanto a lei, sul mio scaffale ideale, Ginzburg, Pavese, Calvino, Fenoglio, Ortese… poi i latino-americani, poi i russi, poi le short stories americane, poi il grande romanzo francese. Uno scaffale molto molto lungo, insomma.

 

L’Italia di oggi saprebbe dare una testimonianza di solidarietà come quella di chi ospitò quei bambini? In che modo è cambiato il concetto di solidarietà?

 

Il concetto di solidarietà cambia sempre. Pensa solo che oggi per essere solidali bisogna stare fisicamente lontani dagli altri, invece che vicini, come un tempo. Probabilmente in Italia abbiamo dimenticato che il principio solidaristico è alla base della nostra Costituzione. Oggi invece prevalgono gli interessi particolari, anzi particolarissimi. Si è visto con la gestione della pandemia: ciascuna regione ha preso la sua strada su questioni capitali come scuola, tamponi, cure, vaccini, aperture, chiusure… Poi sono subentrati gli interessi di categoria: barbieri contro ristoratori, tassisti contro albergatori, baristi contro negozianti. E infine la disputa sui vaccini: anziani, ordini professionali, operatori del turismo… Una guerra civile di microinteressi che non sta portando nulla di buono. La solidarietà è quella misura capace di conciliare il bene personale con quello generale. L’obiettivo del bene generale si è fatto molto incerto da individuare per molte persone.

 

Questo articolo è sul magazine di Giugno. Leggi il BoOonzo Magazine #3!

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