Il Coronavirus ha messo in quarantena le nostre vite in ogni loro aspetto: dalle relazioni interpersonali, alle attività produttive, alle manifestazioni artistiche. Se tanto spazio è stato dedicato alla situazione del panorama musicale, dato l’annullamento e il rinvio di concerti e festival e a quella del mondo cinematografico, con la sospensione di molte produzioni in programmazione. Credo, invece, sia stata poco considerata un’altra realtà artistica forse troppo spesso trascurata, il teatro. Per questo ho deciso di contattare un’artista, nonché grande amica, che ha fatto del teatro tutta la sua vita, Gilda Deianira Ciao. Gilda è una mia concittadina, che oggi vive e lavora a Milano. È attrice, performer e regista teatrale. Dopo la laurea in lettere alla Scuola Normale di Pisa e il dottorato in storia del teatro e dello spettacolo, si diploma in regia alla Scuola Teatro Grassi di Milano. Nel suo percorso ha incontrato registi, attori e coreografi di rilievo. Ha creato spettacoli, installazioni e performance con il collettivo, da lei cofondato, Snaporaz. È stata tra i performer della retrospettiva The Cleaner Marina Abramović a Palazzo Strozzi. Di recente, oltre ad apparizioni in spot e videoclip, ha creato lo spettacolo Destructuring Songs, che incrocia teatro, performance e musica rock e ha partecipato al cortometraggio ‘La metafora del dinosauro’, diretto da Ludovica De Feo, best award febbraio 2020 all’Assurdo Film Festival. Con Gilda parliamo non solo della situazione teatrale ai giorni del Covid-19, ma in generale del teatro in Italia e della sua esperienza personale.

Gilda Deianira Ciao Heartbreak Hotel-Collettivo Snaporaz

Gilda, che cos’è per te il teatro?

Il teatro per me è una necessità, come l’ossigeno. È una scelta totalizzante, l’unico modo che conosco per esplorare l’essere umano. Mettersi nei panni di un personaggio significa entrare completamente in un’altra esperienza umana:ogni parte di me si trasforma per diventare un altro. Il teatro è un viaggio nell’umanità, che si fa con la propria presenza e con la presenza e le emozioni di chi guarda:non esiste il teatro senza il pubblico. L’essenza sta nello scambio tra attore e spettatore e in quello che succede ogni volta tra gli attori sul palco.Uno spettacolo non è mai uguale a se stesso:anche se faccio lo stesso gesto e dico la stessa battuta della sera precedente, quello che accade in me, nel dialogo con gli altri attori e con il pubblico non è mai uguale. Ogni volta che vai in scena non sai mai come andrà il viaggio.

Come  è nato in te l’amore per il teatro?

 A 4 anni ero sicurissima che avrei fatto la ballerina o l’attrice. Quindi l’amore per il teatro è una delle prime cose che ricordo di me. E ricordo l’emozione quando da bambina sono entrata per la prima volta al Cinema Teatro Ritz a Eboli. In famiglia avevo un riferimento: una delle mie zie, Almerica Schiavo, è un’attrice, diplomata all’Accademia Silvio D’Amico, che ha lavorato con grandi registi. È sempre stata la mia zia preferita:quando veniva da Roma, passavo il tempo con lei mentre ripassava la parte e la aiutavo a imparare le battute. In più alle elementari, a Battipaglia, avevo una maestra patita di teatro, Santina Gervasi, che ci faceva fare almeno due recite all’anno. Alle superiori ,invece, il Liceo Classico di Eboli chiamò un insegnante di Roma per tenere un corso di teatro sulle tragedie greche. Uscivo da quelle lezioni talmente felice che mi sembrava di volare

Gilda Deianira Ciao – Destructuring Songs – Ph L. De Feo

 Come è iniziato il tuo percorso artistico?

  Devo a mia zia il mio primo provino professionale, a Roma, nell’estate del primo anno di Università. Mia zia mi chiamò perché il regista e drammaturgo Luca Archibugi cercava una giovane attrice per la parte di Dioniso bambino, per il suo spettacolo sulle Baccanti di Euripide, e che gli facesse anche da assistente per la traduzione dal greco.È stata un’esperienza molto forte, con un training fisico intenso curato da Francesco Manetti, maestro di movimento e combattimento scenico alla Silvio D’Amico.Purtroppo il debutto estivo slittò all’autunno e dovetti abbandonare per la sessione d’esami. Durante l’università ho continuato a frequentare laboratori e corsi e dopo la laurea ho iniziato a collaborare con piccole compagnie in Toscana e a frequentare workshop. Poiché la mia ‘malattia’ per il teatro sembrava incurabile, sono andata a Milano per frequentare la Scuola Paolo Grassi.

 So che sei stata una dei performer della retrospettiva sui lavori di Marina Abramović: ti andrebbe di raccontarci questa esperienza?

 L’esperienza per The Cleaner, la retrospettiva sui lavori di Marina Abramović a Palazzo Strozzi, è stata tante cose. Il grado di esposizione di sé nelle performance di Marina è altissimo e diverso da tutto quello che avevo fatto precedentemente. La ricerca della  Abramović, soprattutto nelle performance realizzate tra gli anni ’70 e ’90, riguarda l’esplorazione dei nostri limiti fisici e mentali. Il rischio è concreto, fisico ed emotivo. Ho sperimentato questa condizione per circa 4 mesi, in tre performance diverse: Imponderabilia, una delle più note ed iconiche realizzata da Marina e Ulay nel 1977 alla Galleria d’arte moderna di Bologna; Luminosity, del 1997; Cleaning the mirror, realizzata nel 1995 come installazione video. Ognuna delle performance richiede un particolare stato psicofisico:restare completamente immobili, in piedi, per più ore di fila, richiede una capacità di concentrazione e accettazione di ogni dolore fisico che si manifesta:un arto che inizia ad addormentarsi, le gambe che fanno male, la pressione che si abbassa:sensazioni che istintivamente il corpo vorrebbe eliminare muovendosi.

Gilda Deianira Ciao – The Cleaner

Stare così, nudi, mentre avverti la presenza degli sguardi e delle persone che osservano, si avvicinano, attraversano la ‘porta’ creata dai due corpi uno di fronte all’altro, aumenta la necessità che mente e corpo accettino tutto quello che accade lasciandolo fluire e passare. Alcuni visitatori pensavano che fossimo statue e si accorgevano, avvicinandosi, spesso quasi terrorizzati, che invece eravamo due corpi veri. Come performer assorbi le reazioni di chi ti guarda. Anche se il tuo sguardo è fisso in quello del performer che hai di fronte, avverti lo spostamento d’aria, il passaggio sulla pelle, la reazione fisica di uno sconosciuto che per un istante entra nella tua esperienza fisica ed emotiva, la attraversa e se ne va. Luminosity è ancora più impegnativa fisicamente:c’è davvero il rischio cadere. Sei in equilibrio sospesa sul sellino di una bicicletta conficcato nel muro a un paio di metri di altezza, con le braccia aperte in una specie di crocifissione, e ad un certo punto i muscoli iniziano a tremare per la tensione; l’equilibrio potrebbe rompersi da un momento all’altro, le braccia pesano, le mani sudano freddo. Quando mi sono ritrovata veramente al limite, mi ha salvato lo sguardo di empatia delle visitatrici che restavano a guardare come se stessero condividendo quelle stesse sensazioni.Questa esperienza ha creato anche tra noi performer legami fortissimi.Quando sono stata selezionata al casting per il training preparatorio al ‘metodo’ Abramović, ho pensato che se fossi riuscita a stare in quella dimensione niente più mi avrebbe spaventato a livello artistico.

Gilda Deianira Ciao – The Cleaner

 Qual è il tuo punto di vista sulla situazione del teatro italiano e sulle differenze con quella estera?

 In Italia si pensa spesso che fare teatro non sia un lavoro.Rispetto ad altri Paesi, chiunque lavori nello spettacolo dal vivo qui è meno tutelato. I fondi pubblici per lo spettacolo diminuiscono sempre più, e questo limita le possibilità di investimenti e di lavoro pagato dignitosamente.In Francia, ad esempio, gli attori, oltre al sussidio di disoccupazione quando non lavorano, usufruiscono di circa 2000 euro l’anno, garantiti dallo Stato, per frequentare master di alta formazione. L’espressione artistico-culturale nel nostro paese è quasi un gioco per una élite di ‘intellettuali’. Forse per questo molti a teatro non ci sono mai andati e non ne sono incuriositi. Stimolare un settore culturale significa anche investire per renderlo accessibile a sempre più persone. Eppure gli artisti continuano ad assumersi i rischi di andare in scena e della propria sopravvivenza economica.Il pubblico del teatro esiste e il poter condividere con esso i mondi che portiamo in scena continua a motivarci. 

In che modo questo delicato periodo legato al Covid-19 sta influendo sul teatro italiano e se e come, secondo te, i social possano dare un supporto al teatro?

 In questo delicato periodo il settore teatrale è stato il primo a essere colpito: teatri chiusi, spettacoli cancellati, prove annullate, provini rimandati. Purtroppo sembra sarà anche l’ultimo a riaprire, sia perché avere un pubblico ridotto non ha senso economicamente, sia perché gli attori non possono mantenere i due metri di distanza sul palco. Finora web e social media sono stati utile anche al teatro, per pubblicizzare uno spettacolo e mantenere il dialogo con gli spettatori. Oggi però rivelano la loro inefficacia:trasmettere uno spettacolo in streaming o un monologo in diretta facebook non ha niente a che vedere con il teatro. Il teatro è dal vivo, o non è. Purtroppo fino a quando queste disposizioni restano in vigore, non si potrà tornare a godere di uno spettacolo dal vivo.