La necessità della poesia non ha niente di astruso, di metaforico. Nulla di complicato. Lo dimostra la vita di Pier Paolo Pasolini, il suo percorso di autore totale, di poeta, prima di tutto, a prescindere dal linguaggio adoperato. Dagli strumenti.

L’esempio dell’uomo venuto da Casarsa, divenuto riferimento e parafulmine, proiettato nel suo tempo e poi nel nostro, ritrovato oggi nel futuro che immaginava, ha dalla sua il corpo. Quel che dice è un concreto accidente, magari inutile o superfluo, ma reale.

Il poeta, l’artista o l’intellettuale, il regista e scrittore, non può restare vacua proiezione, parola priva di sostanza materiale.

Pasolini era ed è azione e conseguenza, complicato da seguire, contorto nell’espressione sintattica, enciclopedico e contraddittorio, ma presente in ogni singolo aspetto del suo lavoro. Non offre distrazioni dalle conseguenze delle sue idee, ritorsioni comprese. Pietre incluse. Niente timori reverenziali.

Pasolini attaccava, e lo fa ora, con premura e vanità, se necessario, dedito al suo io e al mondo, sempre prono agli obiettivi chiari della sua poetica: faceva di sé un totale, con gli errori del caso, per sempre in gioco nel suo essere uomo, corpo e autore. Così per i film, così per la politica, le lettere, gli articoli, con la dolcezza e la violenza che il suo tempo richiedevano.

Parlare di Pasolini è un lavoro nel suo mondo, uno studio impegnativo, così come accade in questo “Pasolini Requiem”, a dispetto del titolo un canto di vita, ripubblicato a distanza di anni, scritto come un romanzo da un americano. Schwartz scelse un italiano scomodo, comunista, omosessuale, uno del tutto responsabile delle sue azioni.

Questa la rarità della persona, fragile e uguale nei passaggi in cui ci appare, per questa stessa ragione, ancora oggi.

Questo studio imponente ci posiziona al centro dei suoi rapporti, delle passioni, di una continua resistenza, dove ogni idea è già pronta al peggio nella fase della sua formazione, nel territorio buio dove il pensiero urge, nel petrolio dell’Italia, nella poesia angolare, verbosa e pura dei suoi versi.

Restò fanciullo, Pasolini, e per questo libero.

Così le pagine scivolano e senza farsi accorgere, diventano una pietra, un inciampo. Qualcosa che non si può escludere, e che chiunque sia attore del suo pensiero deve pretendere. Come l’uomo pretende la poesia.