Mia madre mi racconta delle notti in allerta con papà, in una ritmo bianca, nei giorni successivi la prima scossa. Il terremoto dell’Ottanta in Campania è una cicatrice indelebile. Le dinamiche di ripresa comportarono un percorso lento e sofferente.

Lo spaccato di quel terribile avvenimento, il processo di rinascita e la nostalgia di un vissuto spazzato via dal sisma lo racconta Giovanni Comunale, fotografo e documentarista del Territorio oltre che coscienza sensibile della città di Battipaglia (Sa). Palingenesi, progetto ancora in corso d’opera, si promette la realizzazione di un piccolo atlante della ricostruzione, a quarant’anni dal terremoto del 23 novembre del 1980.

Toccare con mano l’inconscio di una Terra, documentare le macerie, testimoniare la risalita e smuovere gli animi attraverso il ricordo. L’occhio scrutante, i motivi e le ragioni intime della sua analisi introspettiva del Territorio, presi in esame dalle mie domande.

 

Chi è Giovanni Comunale e di cosa si occupa nella vita?

Ho cominciato ad interessarmi alla fotografia nei primi anni 80 conducendo parallelamente ai miei studi alla facoltà di Architettura di Napoli quelli sulla fotografia da autodidatta, seguendo da uditore le lezioni di Mimmo Jodice all’Accademia di Belle Arti. Nel 1990 mi sono trasferito a Milano dove ho studiato al CFP R. Bauer, che allora era l’unica scuola pubblica post diploma, studiando con Gianfranco Mazzocchi, Gabriele Basilico e Giancarlo Majocchi. Subito dopo il diploma sono stato selezionato fra gli autori del “Mai de la Photo” a Reims ed ho cominciato la mia attività prima come assistente di Francesco Radino e poi come professionista occupandomi prevalentemente di fotografia di documentazione del territorio, di architettura e di fotografia industriale. Con Tancredi Mangano, Saverio Femia, Massimo Mazzilli con i quali avevo frequentato la Bauer, abbiamo fondato “Scema la Luce”, un collettivo che partecipò a due campagne consecutive per l’“Archivio dello Spazio”, un progetto fotografico che vide impegnati 58 fotografi, dai maestri italiani del paesaggio fino alle giovani generazioni, sui territori di quasi duecento Comuni della Provincia di Milano e che portò alla creazione di un archivio di 7461 stampe fotografiche, unico fondo pubblico di Documentazione del Territorio, che è stato il nucleo fondativo del Museo di Fotografia Contemporanea a Cinisello Balsamo. Dalla metà degli anni ’90 e fino al 2004 mi sono occupato prevalentemente di fotografia industriale collaborando costantemente con AEM Milano (oggi A2A), documentando oltre gli impianti di produzione, gli interventi di illuminazione pubblica e monumentale della città pubblicati poi nel volume Non solo Luce. Milano, frammenti di  notte urbana edito da Skira nel 2005. Parallelamente all’attività professionale mi sono occupato di ricerca e sperimentazione del linguaggio fotografico, vincendo nel 2001 il premio Europeo Riccardo Pezza (con un omaggio a Luigi Ghirri) e nel 2006 sono stato selezionato per la mostra “ALTERAZIONI. Le materie della fotografia tra analogico e digitale” curata da Roberta Valtorta al MuFoCo. In quello stesso anno sono stato chiamato ad insegnare laboratorio di Ripresa e Stampa presso il CFP R. Bauer, dove 14 anni prima mi ero diplomato, da allora affianco alla mia attività di fotografo quella di insegnante. Nel 2009 curo e realizzo “iSong’io. Ritratto collettivo di una Generazione”, con la partecipazione dell’associazione Culturale AutAut, un progetto site specific a Battipaglia, città in cui sono cresciuto, e primo evento di “fotografia pubblica” in Campania. Nell’ultimo decennio affianco alla mia attività di ricerca fotografica anche quella video, continuando a  svolgere sia l’attività professionale che quella di insegnante in istituti Tecnici per la Grafica e la Comunicazione. Nel 2018 vengo incaricato dalla Rete Regionale dei Borghi abbandonati della Campania per documentare 14 paesi nel territorio campano, un progetto di “archeologia fotografica” diventato un volume ed una mostra inaugurata nel 2019 a Matera capitale europea della cultura.

Cos’è Palingenesi, quando e come nasce?

Palingenesi nasce fra la fine del 2018 e l’inizio del 2019, come un progetto aperto e ancora in costruzione  per diventare un piccolo atlante della ricostruzione, a 40 anni dal tragico evento del 23 novembre 1980, che tanto fortemente ha segnato il territorio campano, e la mia storia personale stabilendo di fatto il mio passaggio all’età adulta.
L’indagine condotta inizia con (Càs Carùte, 2018) in alcuni dei paesi del “cratere”, abbandonati a seguito del sisma, e ci mostra un Italia “minore” fatta da piccoli paesi dell’entroterra campano, congelati dagli eventi in un tempo che in molti ricordano e che eppure sembra lontanissimo. Prosegue con l’analisi dei paesi ricostruiti (Restanza, 2020), spesso faticosamente e mai più ripopolati del tutto, alla ricerca di quanto della loro storia è sopravvissuto e rinato.

Ho assistito in diretta a come è stata concepita la ricostruzione e già in quei momenti mi accorsi che c’era qualcosa che non andava. Mi sono legato particolarmente a questi paesi perché prima ne ho visto la tragedia con il terremoto, poi lo stravolgimento con la ricostruzione democristiana”. Ecco quanto dichiara il paesologo, poeta e scrittore Franco Arminio. Invece cosa pensa a riguardo Giovanni Comunale?

Nel 1980 avevo 16 anni e il ricordo della sera del 23 novembre è ancora nitidissimo nella mia memoria, come spesso mi è capitato di dire penso che quella data sia stato lo spartiacque fra la mia vita di ragazzo e quello di adulto. Come molti cercai di rendermi utile nelle ore immediatamente successive andando presso la sede del Partito Comunista che allora era in via Gramsci per mettermi a disposizione come volontario ma ero troppo giovane e gracile e finii alla lavanderia dell’Ospedale. Negli anni successivi ho seguito le vicende legate alla ricostruzione con un misto di speranza prima e di sconforto poi. La politica di allora che pur annoverava ai suoi massimi vertici politici nazionali rappresentanti campani e irpini non seppe far altro che sfruttare in termini clientelari le ingenti risorse che furono messe in campo aprendo di fatto il territorio alle incursioni della malavita. Va detto però che anche le iniziative più interessanti di ricostruzione partecipata, che pure ci furono, naufragarono nel miope sogno della “casa con le comodità” delle villettine a schiera che fu preferita alla ricostruzione nei vecchi “scomodi” centri storici da parte di moltissimi.

 

Credi che la fotografia sia uno strumento fedele per la tua ricerca? Cos’ha di veramente speciale questo mezzo?

É ormai un trentennio che attraverso la fotografia mi occupo di Documentazione del Territorio, quello che usualmente viene definito come paesaggio. Di questo che ormai è classificato come un genere della fotografia mi piace dare questa definizione: il paesaggio è lo spazio dove convergono la natura e la cultura, il luogo cioè dove si incontrano gli elementi naturali e la mano dell’uomo. Il costruito, l’architettura ma anche la cura dei campi, delle montagne e delle acque danno vita a quel paesaggio che è differente di ogni parte del mondo perché è generato oltre che dalle peculiarità naturali dalle esigenze economiche e dalla cultura di chi lo abita. Quando si fotografa il paesaggio si racconta l’uomo (anche se non è visibile nell’immagine), è come riconoscere l’animale dalla traccia che lascia sul terreno. La fotografia, o per meglio dire, l’occhio del fotografo, ancor meglio quando è “straniero”, isolando porzioni di spazio individua e rileva significati e rapporti che la frequentazione quotidiana diluisce e dissolve. La fotografia di paesaggio e in special modo quella della scuola italiana a partire dagli anni 80, ha saputo innescare un vero e proprio fronte culturale che ha portato anche nelle istituzioni strumenti per una nuova consapevolezza nella gestione e nella progettazione del territorio soprattutto oggi che il linguaggio delle immagini, anche attraverso il web, è diventato la forma di comunicazione universale.

É del 2018 l’iniziativa di alcuni comuni italiani di mettere in vendita alcune case, nei rispettivi centri storici, al prezzo di un euro, per consentire ai nuovi proprietari di dare di nuovo valore a quei luoghi. Qual è il tuo parere a riguardo e quanto credi che il nostro Governo sia attento alla valorizzazione dei centri storici?

Negli anni si è cercato da parte del governo di mettere in campo politiche che stimolassero la crescita e contrastassero lo spopolamento a cui vanno incontro le aree interne del nostro paese come l’ultima Strategia Nazionale Aree Interne ma quello che secondo me dovrebbe cambiare è la percezione che abbiamo dei centri storici dei piccoli borghi e dei paesi dell’entroterra rispetto ai più rinomati centri storici cittadini, per far si che veramente si percepisca il valore corale delle architetture dei piccoli centri. Queste parlando un linguaggio architettonico e spaziale più corrente dovrebbero perciò essere viste come dei simboli e segni forti di una nuova identità di quei luoghi. Un identità segnata anche da eventi imprevedibili e in molti casi da scelte sbagliate ma che si rigenera, se percepita nelle sua positività, rinnovandosi in un tessuto originario, in molti casi ancora leggibile oggi. Bisogna fare in modo che le persone che vogliano abitare questi luoghi costruiscano una nuova vita comunitaria che incontri le vie, le strade, le case nei piccoli centri, ritrovando un modo diverso e più sostenibile dell’abitare superando una visione centralista di valorizzazione meramente economica calata dall’alto.

 

Cosa ha impedito la rinascita dei luoghi soggetto dei tuoi reportage?

Negli anni immediatamente seguenti la ricostruzione non si è arrestata quell’emorragia di persone che ha dovuto e voluto abbandonare le aree interne e quelle colpite dal sisma in particolare; ragioni economiche prima fra tutte la scarsità di  opportunità lavorative, l’isolamento dai poli culturali, il livello molto basso dei servizi  indispensabili (scuola, sanità, mobilità) hanno accelerato la spinta centrifuga verso le città lasciando di fatto semideserti i paesi che spesso faticosamente si erano ricostruiti. Il modello economico e sociale dell’ultima parte del secolo scorso e dei primi anni di questo, che ha interessato  tutta la nazione, ha accentrato nelle grandi città tutte le risorse umane ed economiche e più questo accadeva, più alle aree interne venivano sottratte risorse ed attenzioni innescando un circolo vizioso che sembrava senza soluzione. Bisogna però rilevare un cambiamento di tendenza che è  lo spunto da cui è partita la seconda parte di Palingenesi, l’accelerazione imposta dalla crisi legata al Covid della diffusione delle tecnologie di comunicazione su tutto il territorio nazionale e la necessità di ripensare a nuovi modi di vivere e di produrre in maniera più etica e sostenibile sembra offrire a noi e a quei paesi ricostruiti una nuova prospettiva. Si fa largo come  ha scritto l’antropologo Vito Teti una nuova etica, quella della Restanza:

“L’etica della restanza è vista anche come una scommessa, una disponibilità a mettersi in gioco e ad accogliere chi viene da fuori. Noi adesso viviamo in maniera rovesciata la situazione dei nostri padri e dei nostri nonni. Un tempo partivamo noi, oggi siamo noi che dobbiamo accogliere. Etica della restanza si misura con l’arrivo degli altri, con la messa in custodia del proprio luogo di appartenenza, con la necessità di avere riguardo, di avere una nuova attenzione, una particolare sensibilità, per i nostri luoghi.”

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