Nicola Lagioia racconta ne “La città dei vivi” di Einaudi Editore uno dei delitti che maggiormente ha sconvolto l’opinione pubblica italiana negli ultimi anni.

Ventisette marzo 2016. Manuel Foffo e Marco Prato seviziano e uccidono Luca Varani in un appartamento nel quartiere Collatino, a Roma.

Due contro uno con il mondo intorno, il giorno confuso con la notte e il sangue, più e più volte. Il dolore e il desiderio, la volontà priva di senso.

L’omicidio come atto privo di perché, nella città che non distingue, non ha un movente.

Il racconto di Nicola Lagioia usa un equilibrio assoluto, guarda la cronaca nei suoi dettagli e punta al nero. Da esso parte, usa l’inchiostro dei giornali, adopera la carta sottile per il viaggio. Resta con le dita sporche e il cuore. Percorre il limite, prova l’equilibrio, ricade nei ricordi e si affaccia. La materia dei personaggi slabbra dai margini, trabocca e diventa ri-creazione.

Nel percorso le parole sono strumento per decifrare la realtà, provando un riconoscimento, un sentimento comune anche se pregno di orrore, di inspiegabile. La lettura è ricerca, l’arte di rimettere in un gioco alternato di luce e buio i fatti, le personalità.

C’è una finestra in mezzo alle nubi indefinite, affacciata sulla notte.

Tutto è buio, i colori segnano la superficie, poggiano su architetture oscure, come i quartieri nelle ore deserte, quel che resta delle folle e delle feste.

Non so perché l’ho fatto, dicono gli assassini.

Non c’è la ragione per il delitto, la sua storia è il bivio dove c’è il male, l’incrocio dei crossroads ubiqui del tempo moderno.

Le domande reggono il mondo senza sapere, a volte la statica non regge e il fallimento abbatte le impalcature, accade il collasso.

Il territorio insensato del sangue per il sangue domina questa storia, il nero segna un romanzo alieno nel panorama letterario italiano, per niente confinato ad un genere, perduto nel lavoro con tutto quello che è umano fino al suo estremo.

Racconta, ad ogni costo.

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