Il covid_19, oltre che letale virus, si sta dimostrando dannoso anche per la nostra psiche. Disturbi del complesso psichico sono all’ordine del giorno e non rassicurante  comincia ad essere anche il numero di suicidi legati al coronavirus.

Mi interfaccio con Annalisa De Luna, psicologa italiana prestata al sistema sanitario nazionale inglese(NHS),  con l’obiettivo di fare chiarezza a riguardo e di conoscere il personale punto di vista, in questo delicato periodo, di una professionista italiana all’estero.

Potremmo definire Annalisa , “cervello in fuga”, fenomeno  conosciuto  con l’espressione Inglese “human capital flight”, che consiste nell’emigrazione all’estero di giovani laureati che possiedono delle specializzazioni professionali. Psicologa, laureata in scienze e tecniche psicologiche  e specializzata in psicologia clinica e di comunità alla Lumsa di Roma e master in psicoterapia psicodinamica presso l’Università dell’Essex(UK).

 

Ci racconti chi sei, le tue esperienze lavorative nel campo della psicologia, cosa fai ora e  quando e perché ti sei trasferita a Londra?

Molta della mia formazione clinica viene da una lunga esperienza con pazienti affetti da psicopatologia grave in crisi. Ho imparato a dover leggere e gestire queste crisi in tempi brucanti, cercando di rimettere insieme i frammenti concreti di una storia esplosa per ricomporre il nucleo esplosivo iniziale.

Sono venuta a Londra in un giorno stranamente soleggiato dell’agosto 2013 per intraprendere un percorso di studi che sognavo dagli anni del liceo quando, per sbaglio, scoprii le idee di Freud in un libro di filosofia.

Ora lavoro per il sistema sanitario nazionale inglese, NHS (National Health System, gli inglesi amano moltissimo gli acronimi per qualche ragione) in un settore che in Italia verrebbe definito ‘psicologia di base’.

 

Negli ultimi giorni ha suscitato molto scalpore la dichiarazione, forse male interpretata da qualche media italiano, di Boris Johnson, primo ministro del Regno Unito, per quel che concerne ‘l’immunità di gregge’. Cosa pensi di tutto ciò, vorremmo conoscere il parere di un’italiana a Londra?

Boris non ha mai goduto della mia stima per via delle sue posizioni politiche, già in tempi non sospetti. Le sue dichiarazioni hanno destato molto scalpore e hanno scatenato svariate petizioni da comuni cittadini a scienziati in merito l’infondatezza scientifica del concetto di ‘immunità di gregge’, pretendendo tutele e garanzie proporzionate alle circostanze. Infatti, nella settimana immediatamente successiva a quella dichiarazione, Boris ha implementato norme di tutela giorno per giorno più restrittive.

Al momento, molti lavorano da casa a parte appunto i lavoratori ‘essenziali’ (tra cui rientrano anche i muratori). A differenza dell’Italia, però, non occorre autocertificazione per uscire, si può uscire una volta al giorno per fare sport e sono concessi i funerali.

Quali sono le difficoltà, dal punto di vista psicologico? Quali sono i sintomi che si possono provare in questo periodo di chiusura oltre che di grande preoccupazione e quali sono i consigli che ti sentiresti di dare a riguardo?

Questo periodo di forzata prigionia rappresenta una crisi profonda a livello politico, sociale ed individuale. Per le attuali restrizioni, siamo stati costretti, quasi all’improvviso, a cambiare radicalmente il nostro stile di vita e le nostre abitudini e a dover chiedere a noi stessi un grandissimo sforzo di adattamento.

Siamo stati messi di fronte ad un continuo dialogo con il nostro mondo interno ed esterno (ristretto alle mura della nostra casa) che forse molti di noi non volevano o cercavano in questo momento. Non c’è dubbio alcuno che questo cambiamento quasi traumatico provochi continue oscillazioni nel modo in cui affrontiamo e viviamo le preoccupazioni che comporta. Quindi le potenziali difficoltà sono tante ma c’è anche tanto che possiamo fare per affrontarle.

Già dopo poche settimane di isolamento, si è potuto far ricorso a  tantissimo materiale online tra cui varie app (es. Head Space per la meditazione guidata), tecniche di rilassamento e respirazione per fronteggiare ansia, consigli su come strutturare la giornata ed esplorare nuovi interessi, suggerimenti su quale mandala colorare, etc.

Io personalmente penso che, al di là delle strategie che possiamo adottare, sia importante cercare di ‘abitare’ il nostro mondo interno ed esterno, appunto la nostra casa, le relazioni e gli oggetti che la popolano,  ripercorrendone o riscrivendone la storia. Ritrovarsi con il proprio genuino sentire di mettere di fronte alle possibilità di scegliere quale modalità di ‘ristoricizzazione’ si confà di più alla nostra individualità. Alcuni, per esempio, trovano importante scandire i momenti della giornata cambiando i vestiti o riorganizzando lo spazio, altri magari invece no. Altri ancora, trovano di aiuto riscoprire oggetti e foto dimenticate, altri no.

Qualora le cose dovessero essere davvero troppo difficili da gestire da soli, vi ricordo c’è sempre la possibilità di chiedere aiuto ad un professionista. Molti colleghi offrono, infatti, sedute  da remoto ossia tramite skype o telefono; altri ancora hanno stabilito linee di supporto gratuito. Menziono dunque un centro clinico di Roma che ha lanciato diverse iniziative: www.centroclinicoreverie.it.

 

Un altro aspetto interessante è capire dal punto di vista psicologico cosa si rischia quando torneremo alla “normalità”? Quali difficoltà potremmo riscontrare? Quali aspetti della quotidianità ci sembreranno strani e inconsueti? Sarà il lungo  rodaggio di relazione con l’esterno?  Anche in questo caso quali sono le accortezze che a tuo avviso dovremmo avere?

Ti rispondo con una frase che uso spesso nel mio lavoro: “dipende”. Dipende da tantissimi fattori, in primis quello politico. Credo sia cruciale come le istituzioni gestiscono questo momento e di come gestiranno il ritorno alla cosiddetta normalità. Questa pandemia ci ha mostrato come sia possibile far tornare i delfini a Venezia, come ridare dignità e valore a tanti lavoratori spesso sottopagati ed esclusi da tanti processi decisionali ora ritenuti ‘necessari’  (es. i cassieri dei supermercati o i vari impiegati nel sistema sanitario nazionale che sono spesso donne o immigrati).

Ci ha anche posto di fronte ad un grande lutto: se n’è andata una generazione di anziani senza un commiato, senza un dignitoso saluto da parte dei propri cari. Questo isolamento ci ha mostrato che questa è una realtà di vita costante per alcuni gruppi di persone di cui non si parla spesso quando appunto le cose sono ‘normali’: pensiamo di nuovo agli anziani ma anche ai detenuti, alle persone che soffrono di depressione grave o di ipocondria.

 

Per tanto, dopo questa attuale fase di osservazione, contenimento e sostegno di questa crisi, sarà necessario un lungo processo di elaborazione, comprensione e testimonianza su tutto quello che la pandemia ci ha mostrato.

 

Ho prima accennato alla mia esperienza con pazienti in crisi. Con molti di loro ho appunto lavorato sull’accoglimento, sull’ascolto plurifocale (del soggetto e del contesto da cui proviene), sulla comprensione del significato attuale della crisi (per l’individuo e per la collettività), e soprattutto sulla ridefinizione della crisi come cambiamento. Quindi spesso abbiamo anche lavorato sulla consapevolezza che, nel bene e nel male, dopo una crisi, non si è mai quelli di prima.

 

Come vive questa strana situazione un italiano emigrato all’estero?

Io mi ritengo molto fortunata ad avere una serenità lavorativa ed abitativa che mi consente di mettere da parte tante preoccupazioni. Molti altri italiani hanno purtroppo perso il lavoro e sono dovuti tornare a casa, altri magari vivono con molti coinquilini che magari non conoscono bene, altri vivono soli, etc.

 

Per il resto si vive come sempre: aspettando di tornare a casa.