Attraversiamo forse il momento peggiore che l’intera filiera “Cultura” abbia mai affrontato. Un intero comparto fermo per decreto, al netto dell’impossibilità di esibire l’arte dal vivo per un pubblico in presenza.

Artisti, operatori, agenzie, festival, rassegne, teatri, cinema, musei, gallerie, negozi di dischi, librerie, live club. Milioni di persone senza voce e dalla professione a rischio per mano di un virus altamente contagioso.

Il coronavirus ha modificato il nostro modo di vivere la socialità ed è corretto cercare di arrestarne la diffusione rinunciando (temporaneamente) ad abitudini, esigenze e velleità che ogni individuo abbia assunto per migliorare (in alcuni casi sopportare) il proprio stile di vita.

Social Distance Stacks (photo Florian Mehnert)

Ma il Covid-19 ha solo fatto emergere tutte le criticità croniche di cui le attività culturali soffrivano già da tempo.

Il settore culturale è stato impoverito costantemente in ogni Legge di Bilancio degli ultimi decenni. Inoltre, la carenza di tutele adeguate nella diffusione mediatica su piattaforme online, hanno impoverito artisti ed operatori culturali. A sopperire a questa grave mancanza delle istituzioni, è venuta in soccorso l’iniziativa dei privati cittadini. Festival indipendenti, negozi di dischi, teatri, cinema, librerie, agenzie, autoproduzioni, crowdfunding, live club e piccoli locali hanno mantenuto in vita la scena, rendendo possibile l’emersione e la crescita di ogni artista.

Il meccanismo è ora in difficoltà a causa dell’arresto del motore principale che lo rendeva funzionante: un pubblico.

Ogni privato che oggi rappresenta un luogo di cultura pubblico è in crisi. I ristori non rappresentano una soluzione economica neanche per la sopravvivenza e di certo non sopperiscono a questo vuoto di proposta culturale. Certo, la vendita di beni culturali come i live online hanno contribuito quantomeno all’intrattenimento. Ma vedere un concerto dal vivo quanto l’acquisto di un disco in negozio rappresentano, ad esempio, spazi di condivisione, scambio di idee e crescita culturale. Esperienze che online non potranno mai avvenire.

L’uomo d’acqua dolce (Antonio Albanese – 1996)

Le iniziative ad oggi presentate per supportare la scena, hanno dato l’impressione di essere buone trovate di marketing, ma per nulla efficaci nel tentativo di presa di coscienza da parte delle istituzioni.

Una su tutte, L’Ultimo Concerto? ha avuto il vanto di far parlare dell’iniziativa solo in un dibattito sul metodo di comunicazione, piuttosto che dare vita ad un processo di miglioramento dello stato dei fatti.

www.ultimoconcerto.it

Siamo in uno stato confusionale emotivo. Ogni artista, ogni operatore, ogni appassionato vive in uno stato confusionale emotivo, che piattaforme come Netflix, Prime, YouTube o Spotify non riusciranno mai a colmare. È il jetlag (di cui parlavamo qualche anno fa su Radio BoOonzo), quel senso di smarrimento che si attraversa dopo un lungo viaggio avvenuto in così breve tempo da non riuscirne ad assimilare il percorso e le conseguenze che ne conseguono.

Questa non è una situazione nata a causa della pandemia. Questa è solo la presa di coscienza collettiva del settore che le cose, così, non possono andare avanti.

Ogni realtà che oggi, in maniera autonoma ed indipendente, riesce a creare uno spazio culturale dovrebbe riunirsi e ragionare da categoria di settore. La SIAE non è un ente che abbia voglia di supportare le istanze di artisti, autori e editori. Così come le alternative stile Soundreef rappresentano un modo di risparmiare qualche euro sulle “tasse”. Un negozio di dischi, ad esempio, non può sentirsi rappresentato dalla Confesercenti. Allo stesso tempo le Federazioni esistenti non hanno la forza per supportare le istanze. L’esperienza del live covid free di Barcellona con 5000 persone avrebbe dei costi di produzione talmente alti da non poter essere riprodotto in nessun contesto.

Barcellona – Palau de Sant Jordi

C’è bisogno di trovare soluzioni comuni e uno spazio di discussione che riesca ad elaborare idee e proposte. Riunirsi per risolvere piuttosto che indignarsi. Tornare alla normalità in un modo compatibile alla realtà pandemica, certo, ma costruendo un nuovo modo di riconoscersi come appartenenti ad una categoria che opera nel settore culturale. C’è bisogno di creare un futuro in cui la cultura non venga considerato come una spesa di bilancio, ma una risorsa che genera sicuramente profitto e soprattutto migliora le esistenze di ognuno di noi.

Nei prossimi mesi, su booonzo.it e BoOonzo Magazine cercheremo di affrontare questo discorso con artisti, imprenditori culturali e appassionati, provando a capire in che modo sarà possibile resistere in questa situazione, provare a ripartire ed evitare di ritrovarci tutti nella stessa situazione alla prossima crisi.