Questi che stiamo vivendo sono giorni molto strani, sia da vivere che da raccontare. Siamo in quarantena ormai non so neanche più da quanto tempo, come misura cautelare per il contenimento del Covid-19. Ognuno di noi sta cercando di gestire al meglio una situazione rispetto alla quale ,credo, tutti ci siamo trovati impreparati e alquanto destabilizzati. Ho pensato che, tutto sommato, l’estate non è poi così lontana e di conseguenza mi sono ritrovato a pensare ai nuovi diciottenni, ai maturandi del 2020; e mi sono chiesto come avrei vissuto io, da diciottenne irrequieto quale ero, questa clausura forzata e soprattutto come avrei vissuto il mio ultimo anno delle superiori e l’esame di stato in quarantena. Così ho deciso di dare voce proprio a loro, ai maturandi del 2020, raccogliendo le loro testimonianze, in questi giorni così delicati,  dando vita ad una vera e propria rubrica chiamata “Covid prima degli esami” sulla maturità ai tempi del coronavirus. E chissà anche Antonello Venditti come l’avrebbe raccontata oggi la notte prima degli esami.

 

Ho sempre visto – o creduto di vedere – nell’ardimentosa conquista di quell’ultimo banco (meglio se vicino alla finestra), l’attuazione più sincera del Diritto allo studio”.

Così inizia la sua testimonianza Erika. “Quando il driiin della prima campanella si mescola allo scalpiccìo trionfale di centinaia di suole, al rimbombare sordo dei corrimani intatti, quando il primo ragazzetto conquista il suo banco e l’aula, enfern – o locus amoenus – dei mesi a seguire, riecheggia dei suoi sospiri e dei suoi Buongiorno!, dei racconti frenetici di un’estate che tramonta, il Diritto allo studio galoppa prepotente e siede con lui, vittorioso. 

Lo scorso 11 settembre, al driiin della prima campanella, sapevo che sarei vissuta in funzione dell’ultima.

In autunno, la dolce vita dei primi di giugno non è certo contemplabile, lontana com’è, ma sfido chiunque, in quinto liceo, a parlare d’altro. Alla stregua di un miraggio, l’idea di giugno ci tiene compagnia. 

L’ultimo anno di liceo rassomiglia ai giorni che precedono un viaggio lungo, lunghissimo, transatlantico. A piccoli sorsi, la quotidianità si dissolve nell’urgenza di sbrigare le ultime faccende, convertire le monete, selezionare gli indumenti, stirarli, appaiare i calzini, approntare i pigiami, annotarsi di non dimenticare nulla – occhio a pantofole, spazzolini, caricabatteria del cellulare.

L’ultimo anno di liceo è una lettera di commiato. È l’epilogo di un romanzo agrodolce: ci si sbriga per ultimare i programmi e ci si stringe nell’attesa di una Maturità chimerica, cattivissima.

In verità, in dirittura d’arrivo ci è parso difficile disprezzare gli esami, non già perché ci si senta più al di là che al di qua, ma perché, parimenti a quanto si dice – che il dolore maggiore annichilisce quello minore – ben altro, ahimè, ci tormentava (tanto per dire, l’idea di doverci cucinare i pasti in autonomia, perfettamente coscienti di sapere a mala pena tostare una fetta di pane e che nel farlo si debba finanche prestare attenzione affinché l’intero abitacolo non prenda fuoco).

Io proprio la Maturità non la temevo più; anzi, non vedevo l’ora di sfidarmici. Attendevo trepidante il mio duello, la mia sfida all’ultimo sangue per la conquista del diploma.

Lo scorso 4 marzo, al driiin della mia ultima campanella, non avrei mai immaginato potesse essere l’ultima.

Ricordo di aver raccolto tutti i miei libri alla cieca, senza neppure accertarmi di ciò che facevo. Era un gesto freddo, meccanico; era un gesto di routine.

Col vocabolario sottobraccio, ho varcato la soglia d’uscita senza mai guardarmi indietro. Ho percorso il vialetto che conduce alla mia casa (e no, questa mia vicinanza non ha mai fatto di me una persona puntuale), ho rovesciato caoticamente i libri per terra, di modo da sistemarli, e ho notato di aver accidentalmente preso con me il volume 3 di Storia dell’Arte della mia compagna di banco.

Ad oggi, 30 marzo, il suo volume 3 di Storia dell’Arte è ancora parte integrante della mia pila di libri scolastici. Giulia, la mia compagna di banco, non l’ho più rivista; con lei, io non ho più rivisto nessuno.

La mia quotidianità, roccaforte della mia esistenza, si è vista espugnata all’improvviso.

L’idea di parassita mi è sempre parsa subdola, meschina; alla luce degli accadimenti della Grande Storia, che si tratti di un coltello, di un arco, di una lancia affilata, che si adduca a titolo di esempio un cannone, un fucile, una baionetta, che due corpi si scontrino e che lottino per la sopravvivenza, giusto o non giusto che paia, quanto meno è onesto.

Dis-onesto è invece un ospite inatteso, che sovviene senza farsi preannunciare; dis-onesto è un compito a sorpresa, che miete insufficienze a fine maggio. Dis-onesto è il sovvertimento dell’ordinario; va a braccetto col subitaneo e fa rima con funesto (o con bisesto, ma non tratterò di superstizioni).

Ho sempre creduto che avrei fatto fatica ad accettare la fine del liceo. Mi piace starmene seduta al mio banco, prendere parte ai dibattiti (didattici e non); mi piace annotare con cura certe lezioni, o poter dimenticare il vocabolario per l’esercitazione di greco e tradurre ugualmente con la mia compagna. Mi piace condividerci i colori. Mi piace soprattutto potermi guardare attorno, vivere 21 quotidianità simili alla mia.

Da qualche tempo, tutto questo mi è – ci è – precluso.

Per sopperire alla mancanza degli sguardi, si esorcizza il silenzio mattutino (al quale ci si è trovati impreparati) con audio e video-lezioni; in pochi giorni, la didattica a distanza ha guadagnato una propria validità ontologica. I primi giorni, a dire il vero, ci è parsa finanche divertente; ci si ritrovava intorno alle 10, ciascuno comodamente seduto nella propria camera, e si conversava normalmente, di scuola e di attualità. Ci si dava man forte – vedrete, ragazzi, che il 3 aprile non è poi così lontano.

Ed era vero: non era poi così lontano.

A poco a poco, tuttavia, questa certezza ha cominciato a sfumare. Ci si è chiesti che cosa significasse, che cosa si volesse dire. Ci si è chiesti come fosse possibile, che cosa ne sarebbe stato del nostro esame. Ci si è chiesti se ci saremmo rivisti, se ci fosse stato concesso un ultimo giorno.

Classe V D Liceo Classico “E.Perito” Eboli (Sa)

È stato a quel punto che la didattica a distanza ha perso il suo fascino.

Gradualmente, ascoltare le audio-lezioni su Schopenhauer, Kierkegaard, Freud, Dante, Baudelaire, Orwell, Plutarco, Quintiliano, Canova, Mussolini (ecc.) ed appuntare il possibile, mi è parso vuoto ed inconsistente. Ho deciso di prendermi del tempo per riflettere; ho creduto, a lungo, di non avere mai imparato nulla sul serio. Mi è parso di non conoscere, ad esempio, la vita di Socrate, ma di aver interiorizzato ciò che a scuola mi era stato detto a tal proposito. Mi spiego: ho creduto di aver fatto mie conoscenze filtrate. Non nel senso che non avessi mai aperto libro, ma come se mia fosse diventata, piuttosto che la vita di Socrate in sé, la voce del docente che mi ha spiegato la vita di Socrate. Allora ho pensato che questa fosse una cosa bellissima, e che la didattica a distanza meritasse di piacermi assai poco: in una società fluida quale la nostra, che serba tanto all’insegnamento quanto al viversi a quattr’occhi un’importanza raccapricciante, il Covid-19 potrebbe averci aperto gli occhi circa la necessità del contatto e degli sguardi. In altre parole: potrebbe aver ripristinato certi nostri valori a lungo occultati dal progresso scientifico e tecnologico.

Io non lo so se al liceo ci tornerò mai, ma è certo che, per il mio diploma, lotterò con la medesima foga che avrei manifestato in condizioni di normalità.”

 

Erika Maria Solimeno

Erika Maria Solimeno – V D Liceo Classico “E.Perito” Eboli (Sa)