In questi giorni la ministra dell’Istruzione Lucia Azzolina si è pronunciata sulla questione ripresa del nuovo anno scolastico a settembre ed esami di maturità.

Sancendo il diritto fondamentale che i ragazzi hanno di poter tornare fra i banchi, la ministra prospetta per la ripresa della scuola un modello misto, un po’ in classe un po’ da casa, portando quindi ancora avanti il discorso della didattica a distanza.

Per quanto riguarda l’esame di maturità, che dovrebbe iniziare dal 17 giugno, c’è, secondo la Azzolina,  la possibilità di poterlo fare di persona, in ambienti molto larghi, con tutte le sicurezze del caso e con un parere positivo del comitato tecnico-scientifico. Come afferma la ministra gli studenti ‘hanno il diritto di guardare negli occhi dei propri insegnanti’.

Tuttavia l’associazione nazionale presidi ha spiegato in una nota le perplessità rispetto alla maturità in classe. Tra dirigenti, docenti e personale Ata, la paura per il rischio sanitario, che si potrebbe correre stando in classe per diversi giorni, è molto alta.

Inoltre, in questi giorni, in cui si stanno formando le commissioni d’esame, composte da membri interni, salvo il presidente, si temono anche rifiuti da parte di docenti, soprattutto quelli over 55. In caso di defezione di massa, si potrebbe ricorrere ai docenti della stessa scuola e poi eventualmente assumere anche i supplenti.

La questione maturità appare quindi ancora abbastanza confusa.

Nel frattempo la rubrica Covid prima degli esami lascia la parola a Giorgia Mazzaro, studentessa dell’ultimo anno del Liceo Scientifico ‘A. Gallotta’ di Eboli.

“Quest’anno scolastico è iniziato col riecheggiare delle seguenti parole: “Ragazzi, mettetevi a studiare, che a giugno vi aspetta un esame serio, un banco di prova a cui non potete sfuggire. Mettetevi a studiare, perché quest’anno sarà diverso dai precedenti: dovrete essere giudicati da una commissione esterna che non vi conosce, perciò dovete arrivare pronti e preparati. Non sapete cosa uscirà dalla busta, quindi dovete comunque studiare tutto. Sono stata chiara?”.

La professoressa, intuendo la leggerezza che si celava dietro un “sì, prof”, aveva preso l’abitudine di ricordarci, con una frequenza impressionante, che avevamo un esame serio e nuovo da affrontare, il primo ufficiale di una lunga serie. E se eri una persona calma e tranquilla, riusciva comunque a farti venire l’ansia, persino a me che l’ansia l’ho vista così poche volte da non sapere bene che faccia abbia.

Grazie a quella prof non ho rischiato di dimenticare l’esistenza di questa incombenza formale a fine anno. Un po’ è anche normale che i professori abbiano già in mente uno schizzo del quadro finale, frutto di un percorso pregresso.

 E’ pur vero che se vogliamo rovinare il quadro, abbiamo tutti i mezzi a nostra disposizione. Se la commissione è il pittore, che ha bisogno della materia prima, e tu sei l’assistente, ti basterà passargli i colori giusti al momento giusto ed il gioco è fatto. Ma se ti distrai e non segui le indicazioni, si creano problemi complicati da risolvere.

L’anno scorso i maturandi si sono ritrovati un po’ spiazzati di fronte ad un esame nuovo, erano gli apripista. Sapevamo che il nostro esame avrebbe subito qualche modifica, ma comunque sulla scia di quello dell’anno precedente. La famigerata busta era stata eliminata, le materie dei membri della commissione esterna erano già state stabilite e pian piano si stava delineando il modello a cui l’esame si sarebbe ispirato.

Giorgia Mazzaro – V C – Liceo Scientifico “A.Gallota”- Eboli (Sa)

Sembrava uno stillicidio il modo in cui venivamo a conoscenza dei vari cambiamenti annunciati al Tg. Tra le altre news, oltre ai soliti omicidi, suicidi e violenze varie, ricordo che ce n’era una riguardante la lontana Cina e qualche centinaio di morti causate da un certo virus. Questa notizia, un po’ come quella degli incendi in Australia, suscitava tristezza ma niente di più.

Del resto, sono forse problemi nostri, se qualcuno muore dall’altra parte del mondo? A quanto pare sì, a questo problema piaceva viaggiare e ha deciso di andare a far visita un po’ a tutto il globo.

Sapendo ciò che accadeva in Cina, avremmo potuto giocare d’anticipo ma è facile parlare con il senno di poi. Diciamoci la verità: chi avrebbe potuto immaginare risvolti così drammatici? A dirla tutta, neanche adesso sappiamo come la situazione si evolverà da qui a qualche giorno, perciò parlare di tornare alla “normalità” è piuttosto utopistico.

Siamo nel 2020, eppure un microscopico virus è capace di mettere in ginocchio il mondo intero. Siamo tutti inermi al suo cospetto e l’unico modo per difenderci è il distanziamento sociale: stare lontano da chi ami è diventato il gesto più eroico. Si cerca di continuare a lavorare attraverso lo smart working ed anche a noi studenti è stato chiesto di evolverci. Per noi che siamo nati nell’era digitale non è stato un gran trauma, ma ai nostri prof è toccato uno sforzo maggiore. Per i primi tempi, infatti, eravamo noi ragazzi a dar loro qualche consiglio e suggerimento. E’ stato bello poter essere d’aiuto a coloro che ci hanno insegnato tanto in questi cinque anni: c’è sempre da imparare ed unendo le forze si può andare lontano.

La nostra familiarità con le tecnologie è stata sicuramente d’aiuto, ma ciò non esclude il fatto che ci siamo ritrovati catapultati in una “didattica a distanza”. Come in tutti i voli turbolenti, anche per me la prima reazione è stata la nausea e il mal di mare. Non riuscivo a tollerare la vista di quel mare di link! Una tempesta infuriava e cercava di sommergermi: ondate di Pirandelli, piogge di Mattia Pascal, folli Belluca in agguato e tanti piccoli Ciaula che, anziché aiutarti, rimanevano a fissare intontiti la Luna.

Uno scenario surreale in cui ognuno cercava di barcamenarsi tra tutti i materiali che i professori ci inviavano. Avrebbero dovuto essere le nostre provviste di cultura ma sembravano solo zavorra che ci rendeva difficile il galleggiamento. Rimanere al passo con le lezioni, surfando l’onda, era arduo persino per un surfer professionista.

La situazione stava precipitando. Forse già lo era ma, proprio sull’orlo del baratro, qualcosa è cambiato. Dopo giorni di sofferenza in solitudine, in balìa dei video di persone anonime, abbiamo visto la faccia dei nostri salvatori: i professori avevano deciso di prendere le armi per noi, perché non potevano lasciarci da soli.

Come navy seals, hanno attuato un piano di recupero ed hanno organizzato un programma di ripresa per riportarci alla “normalità”: lezioni in cui un prof, durante la spiegazione, ti guarda in faccia per indovinare quanto hai compreso delle sue parole, ti rispiega pazientemente i passaggi più complicati e – perchè no? – si fa anche due chiacchiere, discutendo tanto di attualità quanto di argomenti meno scolastici. È questo che fanno i bravi professori: non si fermano alla lezione. E allora ti spronano a riflettere, ad aprire gli occhi, perché la società ha sempre più bisogno di persone riflessive, di soggetti pensanti che non si adeguino semplicemente ad una dittatura della maggioranza, ma che abbiano il coraggio di esprimere la propria opinione, scevra di ogni servile opportunismo.

Una buona scuola fa questo e se non lo fa, dovrebbe.

Non trovarsi fisicamente di fronte ai docenti non potrà certo inibire la nostra sete di conoscenza, semmai la rafforzerà, facendoci rendere conto di che fortuna avevamo a poter stare in classe e condividere insieme il nostro percorso formativo.

Perciò, quando ci lasceremo alle spalle questa pandemia, possa il suo ricordo rimanere indelebile e insegnarci a dire “grazie” per ogni piccola cosa e per ogni attimo che ci è concesso di trascorrere insieme a coloro che ci vogliono bene.

Nulla, ma proprio nulla, è scontato in questa vita.”

Giorgia Mazzaro – V C – Liceo Scientifico “A. Gallotta” Eboli (Sa)

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