Terzo appuntamento con la rubrica Covid prima degli esami, che dà voce ai maturandi 2020, per raccogliere le loro testimonianze sulla questione maturità ai  tempi del Coronavirus. Mentre si fanno già piani sulla ripresa del nuovo anno scolastico e sulle possibili misure da adottare, i ragazzi continuano con la didattica a distanza, i compiti e le interrogazioni  on-line, mentre si accorcia sempre più il calendario dei giorni che inesorabili li avvicinano alla data X,  quella dell’esame che li proclamerà maturi. Questa volta a parlare con noi è Francesca De Pasquale.

 

“Probabilmente, se qualche mese fa mi avessero profetizzato quello che sarebbe accaduto e come avrei vissuto i miei ultimi mesi da liceale, un’espressione di sbigottimento e di sorriso avrebbe invaso il mio volto.

Sono una dei tanti maturandi che durante quest’anno bisestile deve affrontare l’esame di maturità, momento culminante e di essenziale importanza nel percorso formativo e personale di ognuno. Come direbbe Freud, infatti, a proposito del “sogno d’esame”, la maturità provoca in noi delle emozioni e sensazioni che ricorderemo per il resto della nostra vita come vere e proprie tracce indelebili. Prima che il covid-19 invadesse con immenso impeto le nostre esistenze, diventando il regista di un vero proprio film horror quale stiamo vivendo come semplici spettatori ormai da mesi, il nostro anno scolastico proseguiva con la consapevolezza e l’entusiasmo tipicamente giovanili.

A partire dagli ultimi giorni di febbraio questo equilibrio è irrimediabilmente mutato: ricordo con grande rammarico quello che oggi posso definire l’ultimo giorno di scuola, il 4 marzo. Lo ricordo perché, non so se per caso o evidentemente per destino, quello fu un giorno diverso; probabilmente il nostro inconscio percepiva già con largo anticipo la mancanza incolmabile che avremmo vissuto pochi giorni dopo. Nel pomeriggio, infatti, sarebbe stato approvato il primo di una lunga serie di decreti istituzionali che avrebbero sancito la chiusura e la conseguente sospensione di tutte le attività didattiche nelle scuole di ogni ordine e grado. Una decisione che, allo stato attuale, possiamo con forza affermare sia stata più che necessaria. Sono trascorse ormai molte settimane da quel lontano 4 marzo; rimpiangiamo ogni giorno quella che un tempo era la nostra quotidianità, il ridere e piangere con i nostri compagni, assistere alle lezioni dei professori, discutere e confrontarci con loro: tutti aspetti che la didattica a distanza, purtroppo, non potrà mai conoscere e realizzare. Su indicazione del governo, infatti, stiamo portando avanti con innegabile difficoltà il nostro percorso di studi.

Francesca De Pasquale – V D Liceo Classico “E.Perito” Eboli (Sa)

I professori ci stanno supportando non solo didatticamente, ma soprattutto dal punto di vista morale; ognuno di noi nel proprio piccolo sta cercando di concretizzare quello che per anni ci hanno ripetuto essere “il nostro dovere”, e cioè studiare, analizzare con occhio critico quel che ci accade intorno, costruirci una personale ed indipendente visione del mondo. Ho fiducia nelle decisioni del governo, però penso anche che la didattica a distanza possa davvero funzionare soltanto se tutti noi, studenti e corpo docente, ci comportassimo come un unico “pneuma che respira”, in modo coeso e responsabile. Non sappiamo se e soprattutto quando potremo ritornare nelle nostre aule, nei banchi che per anni hanno assistito come testimoni ai nostri cambiamenti, ai quali spesso ci siamo aggrappati nei momenti più difficili e che per noi sono sempre stati un porto sicuro dove poterci rifugiare.

Forse sono fatalista, però credo che quel che accade abbia sempre una ragion d’essere, una motivazione che, per quanto ci appaia oggi come incomprensibile, celi dentro di sé una profonda razionalità. A mio parere questa pandemia, come è stata definita dall’Organizzazione mondiale della Sanità, rappresenta soltanto una delle tante battaglie che dovremo prepararci ad affrontare. La natura si sta ribellando a secoli di maltrattamenti e sopraffazioni. Pensiamo di conoscere e soprattutto di poter domare il mondo, ogni giorno ci ergiamo a paladini di giustizia e di libertà senza renderci conto di essere in realtà dei semplici burattini nelle mani di quella a cui i filosofi hanno attribuito diverse denominazioni: razionalità, voluntas ma che secondo me, può essere riassunta in un’unica parola, forza. Quella stessa forza cieca, eterna, indistruttibile, libera che pervade tutto e tutti, priva di qualsiasi valore teleologico, se non quello di operare esclusivamente per la propria sopravvivenza.

Come ha scritto Paolo Giordano nel suo libro intitolato “Nel Contagio”, partorito in questi mesi di grande riflessione, la delusione più grande al termine di questa esperienza, sarebbe scoprire che quel che sta accadendo, l’immensa paura e angoscia che stiamo vivendo, passino senza lasciarsi dietro un cambiamento. Facciamo in modo di uscire da questa battaglia non solo come vincitori ma con un animo più cosciente e consapevole delle nostre azioni quotidiane.”  

Francesca De Pasquale