Erri De Luca è scrittore di narrativa, teatro, traduzioni e poesia, ma è soprattutto un pensatore. Conosce bene l’inestimabile valore delle parole. Ogni qualvolta esprime il suo parere o il suo punto di vista di intellettuale che ha vissuto e ha provato sulla sua pelle, pattuisce con queste stesse parole un accordo stipulato col sangue, che sancisce integrità e onestà. Promotore di libertà, sostenitore degli ultimi, nel 2013 è incriminato per “istigazione a commettere reati” per aver detto durante un’intervista all’ Huffingtonpost “che è giusto sabotare la Tav”, in sostegno della lotta NoTav in Val di Susa. Nel 2015 è dichiarato assolto perché “il fatto non sussiste”.

Quel processo è diventato il simbolo dell’attacco alla libertà di espressione, e condurrà molti intellettuali europei ad unirsi e firmare un appello, Libertè pour Erri De Luca: “Non sono il primo scrittore incriminato, desidero essere l’ultimo.” Nel 2015 pubblica con Feltrinelli “La parola Contraria”, un lavoro che esprime a gran voce la libertà di dissentire.

Per tutto questo, per le letture su Lotta Continua, per i suoi libri letti in giardino, per “Non ora non qui”, per “Lettere fraterne” con il poeta Izet Sarajlic, conosciuto durante la guerra di Bosnia, per altri mille motivi, c’è grande commozione di animo ad interagire con lui. Gli scrivo e gli invio queste domande con tutto l’entusiasmo di un ragazzo che ha atteso la sua occasione e che ha una sola ed unica chance per colmare quell’irrefrenabile desiderio di chiedergli. Non me ne volete, ci ho provato!

Erri De Luca ha più volte raccontato la sua condizione lavorativa da operaio, che ha caratterizzato la sua vita per alcuni anni. La necessità di trovare tempo di dedicare alla lettura e alle passioni, uno spazio vitale da dedicare ad attività extra lavoro che  rendono la vita degna di essere vissuta.

Oggi in Italia, con l’affermasi di nuove dinamiche di lavoro, come ad esempio lo “smart working”, – sembra stiano cambiando le condizioni dei lavoratori, con l’affermarsi di nuove forme di sfruttamento e quindi l’esigenza di nuovi diritti, si parla sempre più spesso di diritto alla disconnessione.

Ed ecco che se tutti possediamo i mezzi di produzione non esiste più uno spartiacque tra la vita e il lavoro. Non ci sono più i muri della fabbrica a separare la vita lavorativa e la vita privata ed ecco che IL TEMPO DEL LAVORO FINISCE PER COINCIDERE CON IL TEMPO DELLA VITA.

 

 Che analisi fa di tutto questo? Dove crede ci porterà questo cambiamento? Quali miglioramenti ci sono stati in questi termini e dove crede che si possa ancora migliorare?

“Mi intendo poco di tecnologia, mi limito a farne un uso parco e incompetente. In questi mesi di isolamento è servita a proseguire alcuni lavori da casa e a continuare le lezioni. Immagino che questa esperienza possa proseguire e far risparmiare al lavoratore e allo studente a distanza il tempo e la spesa degli spostamenti.

Non ho la sua certezza che il tempo di lavoro coincida con la vita, piuttosto la interseca a intervalli che possono essere regolati su misura. Il tempo di lavoro coincide con quello della vita quando su un cantiere si fanno turni di dodici ore e il resto è tempo di trasporto e di sonno. Comunque non ho dote di analisi, ho uso di impressioni.”

Il Covid _19 ha fatto venire di nuovo a galla un divario, a quanto pare ancora vivo, tra Nord e Sud. Si evince da alcune dinamiche a cui abbiamo assistito in questo periodo. In Non Ora non qui, uno dei suoi più importanti testi, scrive: “provenivo da lì, da quell’infanzia, dal dialetto di mamma, dalle canzoni e dalle bestemmie sul sangue e sull’anima.”, quasi a voler marchiare col sangue un’imprescindibile appartenenza.

Quale aspetto, in questo particolare periodo, ha reso l’Italia ancora divisa e ancora poco unita e vicina? Crede che si  colmerà mai questa terribile spaccatura?

“In questo periodo la comunità dei cittadini ha aderito e condiviso le misure di restrizione. I dati del ministero degli Interni riferiscono di sanzioni applicate a trasgressori nell’ordine del 3% della popolazione. Questo comportamento civico mi ha confortato, esiste una partecipazione civile attiva quando è ben motivata.

Quanto ai soliti punti cardinali nord sud, premesso che per me il nord non è un punto geografico dell’Italia perché il nord inizia in Europa un po’ più su, ecco che ho potuto assistere in questa epidemia a una fuga dalle regioni settentrionali verso le meridionali. Il più forte divario è stato tra una zona padana compromessa dalla cattiva qualità dell’aria, complice del virus delle vie respiratorie, e le regioni centro meridionali più salubri. Sono diventate terre di rifugio per la quarantena.”

 

Tutte le professionalità del mondo dell’arte lamentano in queste ore mancanza di tutela da parte dello Stato italiano.

Secondo lei, qual è il valore che il nostro Paese attribuisce al mondo dello spettacolo e dell’arte in generale? Lo Stato comprende il ruolo dello spettacolo e dell’arte in un Paese come il nostro, dotato di un patrimonio artistico e culturale radicato e inestimabile?

“Se si riaprono le fabbriche si dovrebbero riaprire i set cinematografici e i teatri. La fase cosiddetta 2 fa emergere discriminazioni che dipendono dalla scarsa  considerazione di settori strategici come il turismo, la ristorazione, lo spettacolo. Non aggiungo le manifestazioni sportive.”

Erri De Luca ha fatto parte di Gaos (Gruppo di Agitazione Operai e Studenti) e di Lotta Continua ed è stato parte attiva di un momento molto delicato del nostro Paese.

Come crede sia cambiato lo scenario politico in Italia, rispetto quei tempi da lei vissuti in prima persona?

“Sono stato un militante rivoluzionario nel decennio ‘70 del secolo scorso. Ho aderito a una gioventù politica che era maggioranza della popolazione. Oggi l’Italia è il paese più anziano al mondo dopo il Giappone, allora era di età media giovane e noi eravamo una moltitudine. Per la prima volta quella moltitudine si accorse di avere un peso politico e non solo numerico. Oggi la situazione è perfettamente invertita, i giovani sono minoranza numerica e risentono di questa debolezza, compensata da grande applicazione allo studio e all’accumulazione di saperi.”

 

Pensa, che questo periodo di quarantena, sia stato per la figura dello scrittore un buon periodo per trarne riflessioni e nuovi scenari introspettivi o crede che questa condizione abbia potuto appiattire le menti creative di molti?
Come ha vissuto questo inusuale periodo, quali sono le sensazioni che ha provato e pensa ne possa mai scrivere un giorno, in uno dei suoi lavori?

“Ho un buon avviamento all’isolamento, abito da solo in una casa di campagna, ho smaltito la quarantena da una condizione di privilegio. Ho scritto qualche breve racconto, del tutto inattuale, mi sono dedicato alla traduzione dall’Ebraico antico di alcuni capitoli della scrittura sacra riguardanti un profeta, aggiungendo un altro pezzo alle mie precedenti traduzioni. Immagino che l’inerzia forzata abbia prodotto, insieme alle frustrazioni anche un buon raccolto di idee e di impressioni. Malgrado i lutti e le decimazioni negli ospizi, questo è un periodo di semina per molti. Io l’ho praticata però di più nell’orto.”

Photo Credits: fondazionerrideluca.com

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