I Miserabili del regista Ladj Ly è ispirato alle rivolte di strada di Parigi del 2005 e ad altri fatti realmente accaduti nelle periferie della capitale francese.

Qualcuno ruba un leone. La polizia apre la caccia. I ragazzini hanno la peggio e le bande sono in rotta tra loro. Siamo in una banlieue di Parigi, dove l’inferno cova sotto la tensione quotidiana.

Gli agenti si muovono in mezzo alle gang, seminando violenza che si aggiunge alla violenza, disegnando il coro che muove “I miserabili”, opera prima del regista Ladj Ly, nato e cresciuto nei luoghi che racconta.

La gabbia della periferia soffoca il popolo, in un magnifico e disperato racconto collettivo che in pochi passaggi mette tutti contro. È una mischia nutrita di sospetto e risentimento, dove gli arabi, gli afroamericani e i ragazzini, sono comunità in continuo conflitto.

Lo scenario è la Francia multiculturale, tenuta insieme dal calderone del tifo per la nazionale, come un catino pronto ad esplodere. Alla massa indistinta della vittoria al mondiale, con l’Arc de Triomphe e l’esultanza del popolo, corrisponde la violenza, alla gioia fa eco il dolore. E il male distribuito a caso genera l’impressionante corrispondenza del male stesso.

Dove c’è l’inferno, non può crescere che l’inferno. Dall’alto un drone tiene d’occhio le strade, lo guida un ragazzino, da queste parti le coincidenze non esistono.

Esiste il tempo concesso e il destino.

Il film ha vinto tutto ciò che c’era da vincere.

L’idea universale della miseria a margine delle metropoli trova esempi dappertutto. Lo stato insensibile, la polizia e le rivoluzioni.

Al pubblico e alla critica piacciono le fiamme, danno un gusto concreto alla storia. Che bellezza l’orrore. Chissà come finisce.

Il fuoco è vicino che quasi si avverte, e lo schermo è insieme spia e conforto. Fin quando c’è. Lo schermo. Fin quando va tutto bene.

Titoli di coda.

Fine dei popcorn.

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