Un’esplosione o un rumore, qualcosa che accade. La vita che si racconta con un verso o un gesto, sul palco. Un sentire invisibile. Questo è l’attore, nel senso piccolo di un uomo che parla ad altri uomini da un palco, facendosi tutto e uno. Così è il teatro di Toni Servillo, capocomico e attore che in un cerchio, dal suo punto di vista abituale, parla e risponde ai ragazzi del festival di Giffoni, costruendo la tensione che si fa dialogo, dritto all’anima delle cose.

«Questo è lo spirito di questo posto, la comunità che va oltre il cinema e i film per scegliere la relazione, l’amicizia. I ragazzi vengono qui per conoscersi, fare l’amore, litigare, incontrarsi. La vita». Si parla di un mistero, dunque, della stessa incognita che costituisce l’uomo. I ricordi che prendono senso, come la musica senza senso di otto e mezzo, quando Fellini riporta indietro il tempo alla sua infanzia.

«Lo stupore di un bambino, lo stesso che eravamo e che torna, ha uno sguardo di meraviglia. Come ad Afragola, quando a settembre si raccolgono le pummarole e si fanno le buatte, ero piccolo e circondato da un gineceo di nonne, cugine, zie, che cantavano e riempivano i vasi. Per la prima volta restai sedotto. Allora vivevamo come animali, rincorrendoci da un portone all’altro, nella mia isola di Arturo, un paradiso perduto dove mi piacerebbe tornare».

La magia delle storie è la stessa che cercano gli artisti. Quella che nasce dalla comunità. «La cosa più importante del mio lavoro teatrale, è la responsabilità dell’armonia che si tiene dentro un gruppo, qualcosa che ha a che fare con la vita. Oltre lo scegliere i testi, il cast». Il teatro è un gioco di verosimiglianza, un momento irripetibile tra pubblico e attori dove accade qualcosa. Come nella lettura di una poesia, quando un grumo libera l’energia che sembra arrivare dal nulla. «Mi interessa quello che hai dentro di te che mi riguarda. L’arte è qualcosa che non so ma che riconosco, come la guerra raccontata da Guernica in un modo mai visto. Così un attore è grande quando dal tumulto di sé trova espressione per dirti della fine dell’amore, di una morte improvvisa, e fa come un poeta con le parole».

Per la sua forza e la sua semplicità, il teatro deve mettere al centro «la prepotenza scandalosa dell’uomo, del corpo. E tu dalla platea dici questo sta parlando di me, ora, in questo momento, quello che sta succedendo lì, mi riguarda. Come un contagio o una corrente».

Serve un palco, un testo e tre persone. Poi buio e accadimento. Come una foto prova a dire l’occhio che la costruisce, così l’artista. I ragazzi incalzano, le domande ritornano più forti, fanno uno scambio che non si tocca eppure esiste, nella distanza imposta dall’emergenza, quella che richiama le cose necessarie, il contatto in qualunque modo.

Toni saluta, ci sono le foto ricordo, la stanza si costruisce con i corpi, le mani dritte in alto e la musica che fa il resto. È un gioco con le sue regole per costruire la casa delle storie, il teatro succede come la vita. Ciò che non c’era diventa reale, una cosa bella che nessuno se la scorda.

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