La televisione accesa, gli uccelli che si danno il buongiorno, il motore delle auto di chi prende in mano le redini della propria vita fin dalle prime luci del mattino. I rumori della città che si sveglia sono tanti eppure a buttarmi giù dal letto ci pensa una verità: la maggior parte di noi vive con gli occhi chiusi.  

Da dove viene questa certezza?  

 Tutto ha inizio qualche giorno fa. Il contesto è piuttosto comune: notte insonne, per ovviare guardo un docu-film di Giovanni La Gorga e Alessio Borgonuovo. Si chiama From my house inda house”.  

Il protagonista è lo stesso Giovanni. Come un moderno pifferaio di Hamelin, ci guida per le strade del centro storico di Roma. Le differenze con il personaggio della celebre leggenda tedesca sono minime: uno suona il piffero, laltro dapprima usa un mixer e tutto ciò che può essere utile per un dj set, poi la sua voce e le testimonianze di residenti e frequentatori, tra cui il co- regista Alessio Borgonuovo. La mission del pifferaio è allontanare i topi dalla città, quella di Giovanni è denunciare lo spopolamento e combattere il degrado che, invece, vi alberga. Il progetto è davvero singolare. Si distingue dai soliti documentari grazie ai toni colloquiali e leggeri.  

 Il diverso incuriosisce.  

Il giorno dopo parte la ricerca dei contatti dei due registi e unallegra chiacchierata andata più o meno così.

 In From my house inda house” trapela un poquello che è il vostro rapporto quasi fraterno. Come vi siete conosciuti?  

Giovanni La Gorga: Ci conosciamo da quando avevamo 12 anni. Nel tempo ci siamo molto legati.   

 

Il documentario nasce principalmente come una denuncia sociale. Liniziativa è partita circa tre anni. È cambiato qualcosa da allora? Ci sono state migliorie sotto questo aspetto? 

Giovanni La Gorga: Ho fatto rivenire la voglia di rifrequentare quelle zone, ma quelle zone comunque se non hanno dei cambiamenti decisivi, il problema non cambia. Secondo me, per far ritornare le cose come una volta dovrebbero affidare determinate situazioni e locali a persone molto più competenti. Invece, purtroppo, spesso e volentieri i locali vanno in mano al riciclaggio della mafia o comunque a gente che non bada molto al contenuto ma al proprio interesse. 

 Alessio Borgonuovo: Beh, cambiamenti ci son stati. O meglio, incuria, spopolamento demografico, abbandono e fuggi fuggi di esercenti storici a favore di biechi speculatori, edilizi o commerciali che siano, son rimasti tali. Se non peggiorati. Monnezza, sorci, cocci rotti, per parlare un poromanesco, allora cerano e ancora stanno là. Di nuovo c’è che post prima pandemia e primo lockdown si è in effetti visto un ripopolamento notturno del rione, non più turistico ma da parte dei giovani romani. 

Un altro argomento che viene affrontato in From my house inda house” è anche la diffusione a macchia dolio di luoghi utili ad accogliere turisti. Ma se ti chiedessi un consiglio, un favore e una regola per i turisti? 

G.L.G.: Ai turisti consiglierei di vedere la mia zona. Tutto quello che abbiamo fatto vedere. Dal Rione Parione, Campo deFiori, fino ad arrivare a Trastevere. Secondo me è fondamentale farsi una bella passeggiata dallaperitivo fino a sera tardi perché si potrebbe aprire loro un mondo. Non più come prima, ma sicuramente interessante. Fatemi il favore di andare a mangiare in un posto, ma in questo momento non vi consiglierei il centro. Una regola: rispetta la città che state calpestando.  

A.B.: Pensare di visitare Roma in tre giorni mi sembra veramente una utopia. Mi piacerebbe consigliare ai turisti di scoprire la Roma vera, quella che anche noi abbiamo sfiorato appena. Certo la proposta che stiamo offrendo ai nostri ospiti è talmente scadente, deprimente, tutta fatta di menù turistici, acchiappini, e con un totale abbandono della parte ludico-sociale, sia essa diurna che notturna, che non saprei veramente dare consigli.

Il film si avvale di diverse testimonianze, anche per osservare da più punti di vista la situazione. Tra tutti c’è qualcuno che ti ha sorpreso in particolar modo mentre giravate? 

G.L.G: Con alcuni le interviste sono state molto tranquille. Per esempio con Marco Giallini e Asia Argento, perché siamo amici da una vita. Aurelio Picca è stata una sorpresa per tutti, infatti abbiamo usato molto il suo materiale. È stato bello parlare anche con Ivano De Matteo, Fabrizio Ghilardi, Stefano Antonelli, Maria Egizia Fiaschetti. E’ stato un puzzle di informazioni che probabilmente hanno dato lustro al nostro lavoro.

A.B.: Sarebbe riduttivo fare nomi, ed ingiusto. Il taglio che abbiamo dato al film è quello di un unicum discorsivo, in cui ogni intervento fosse a disposizione del racconto e della denuncia. 

Siete persone ricche di contenuti che conoscono persone altrettanto ricche di contenuti. Avete mai pensato di creare, per esempio, un collettivo per riportare alla luce quella che era la cultura di una volta? 

G.L.G.: Sì, ci stiamo pensando. Però purtroppo c’è da dire che Roma è una città molto scontrosa e non è molto aperta ai collettivi. Tutti si sentono un poprime donne. Cercare di riunire tante teste per cercare di fare qualcosa di positivo non è semplice. 

C’è stata qualche scena di From my house inda house” più difficile da girare rispetto alle altre? 

A.B.: Non direi, abbiamo avuto la fortuna di girare con una troupe meravigliosa in cui tutti facevano tutto, ma con il sorriso. Era nostra intenzione girare in maniera spontanea, naturale, con i formati ed i mezzi a disposizione al momento, ottimizzando e senza perdere la freschezza di un racconto documentaristico con pochi fronzoli, sporco, diciamo picaresco. Un momento di crisi, anzi due, mi vengono in mente: il primo lockdown. Panico totale, ma devo dire che è stata una chiave di svolta che ha arricchito il racconto, oltre ad averci dato l’opportunità di testimoniare e filmare, in un documentario che parla di svuotamento del centro storico, un centro storico realmente deserto: tirati via i turisti, i pochi abitanti rimasti hanno creato uno scenario perfetto. Il secondo momento di sconforto, a dire il vero, è stato ritrovarci con Giovanni, romanticamente nel salone di casa sua dove tutto è nato, di fronte al Mac, una dozzina di hard disk, centinaia di ore di girato, guardarci in faccia e dirci: E mo che se inventamo?”, poi è stato un flusso naturale. Non abbiamo sofferto né la mole né la responsabilità, grazie anche alla tranquillità trasmessaci, su tempi e contenuti, dalla nostra produzione, la QUALITYFILM di Mariella Li Sacchi e Amedeo Letizia, ed al prezioso apporto e supporto, di Michele Lella, sempre di QUALITYFILM, che ha sempre creduto nel progetto sposando da subito la causa. 

Adesso cosa accadrà? Ci sarà una versione 3.0 del progetto? 

G.L.G: Stiamo girando un nuovo documentario. Sempre su Roma, parla di musica, con una storia un potorbida e allo stesso tempo incredibile. Abbiamo pensato di doverla raccontare per far capire cos’è successo, perché ovviamente quasi nessuno lo sa. E secondo me sapere che esiste una band romana che ha avuta una storia del genere potrebbe essere interessante.  

I rumori della città che si sveglia sono tanti eppure a buttarmi giù dal letto ci pensa una verità: la maggior parte di noi vive con gli occhi chiusi.  

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