Francesco Di Leva è indubbiamente l’ennesimo frutto riuscito del teatro e del cinema napoletano, in un momento in cui lo spettacolo partenopeo è ancora di più in vetrina su grandi palcoscenici.

Partenope bacia un’altra fantastica storia: l’operaio, il panettiere, lo scugnizzo che arriva al teatro, al cinema. Dal suo incredibile rapporto con Mario Martone al grande schermo con Toni Servillo, dapprima nel 2010 con “Una vita tranquilla”, con un altrettanto giovanissimo Marco D’Amore, fino a “Qui rido io”. Il suo rapporto con Napoli e i suoi personaggi scomodi, ma soprattutto gli umori, le sensazioni e l’umanità di un bravo ragazzo ed ovviamente la sua indiscutibile prova nei panni de “Il sindaco del Rione Sanità” (2019), con la regia proprio di Mario Martone, omaggio al colossale teatro di Eduardo De Filippo.

Chi è Francesco Di Leva e come arriva da San Giovanni a Teduccio al grande schermo? 

Photo Credits: FRANCESCO ORMANDO

Innanzitutto un panettiere, un operaio e non smetterò mai di esserlo.

All’epoca Ciro Zinno venne a fare un PON scolastico alle scuole medie, mi vide e pensò bene di coinvolgermi in un’attività amatoriale, poi mi fece innamorare di questo mestiere. Un giorno vidi un articolo su Il Mattino, ero andato a fare un provino a Castellammare di Stabia e venni scelto per un film di Aurelio Grimaldi. Da lì si sono scatenate tutta una serie di cose che mi hanno portato ad oggi a parlare con te qua.

Napoli è una palestra che lancia storicamente tantissimi attori italiani al successo. Secondo te cosa ha in più Napoli rispetto ad un’altra città del mondo? Come risponderesti alle ultime critiche de Le Figaro?

Rispondo artisticamente e se Terzo Mondo significa avere registi come Martone e Sorrentino, o attori come Servillo e tanti altri, allora voglio essere il Terzo Mondo.

Più volte nei panni del cattivo e del malavitoso, del camorrista. É palesemente una parte che ti riesce bene.

Io credo di non aver interpretato malavitosi bensì bambini che non sono nati nei posti giusti. Questo è fondamentale, a me non interessa la malavita, ma interessa capire l’animo umano, le persone e perchè reagiscono così. 

Se tu facessi una mappa dei personaggi che ho interpretato, ognuno di loro è diverso, anche se l’habitat in cui vive e agisce è un habitat comunque vincolante, di colore scuro, nero e comunque negativo. In ognuno di loro ho provato sempre a tirare fuori il bambino che è dentro di loro, e che loro stessi sono stati. 

In che senso?

Se tu ci fai caso non sono personaggi che siamo abituati a vedere nel crime generalista. Sono personaggi che soffrono nel momento in cui vedono la morte, che hanno paura, sono legati alla famiglia ed è quello l’unico aspetto che mi interessa. Non voglio interpretare personaggi che restano nel cinema, ho voglia invece di raccontare altri aspetti. Anche il sindaco del Rione Sanità si commuove quando sta perdendo la famiglia, lo fa perchè ha un’ideologia e la vuole perseverare, ma allo stesso modo ne soffre. Quando vedi la sofferenza diventi umano e perdoni quella parte del tuo essere. 

É per te un peso essere identificato con questo tipo di sofferenza?

Photo Credits: FRANCESCO ORMANDO

Per me non è mai stato un peso. Quando sei afflitto da un tumore, è bene conoscerlo a fondo e capire come curarlo. Io credo si debba parlare di tutto questo. Se tu leggi al contrario ti sto facendo vedere cosa non dovresti fare, perchè ognuno di questi poi fa una brutta fine. Non esiste esempio vivente di persona che ha goduto essendo affiliato alla mafia.

Dal teatro al cinema, che differenza c’è? Qual è l’operazione che compie un attore quando passa dall’una all’altra parte? Nel caso del teatro il contatto diretto con il pubblico comporta per te maggiore tensione?

Vengo da poco da un’esperienza teatrale “ Dodici baci sulla bocca”. 

Mentre il cinema è un taglia e cuci, lo spettacolo teatrale si palesa allo stesso modo di una scultura che un artista di strada sta creando dinanzi ai tuoi occhi. In quell’esatto momento ti rendi conto che tutto ciò sta diventando materia. 

Il teatro crea questo, il teatro svanisce nel momento stesso della replica, perchè tutto si replicherà in misura e in maniera completamente diversa, in una poetica completamente differente anche se sembra uguale. Nel cinema, invece, tutto si stampa in egual misura nell’eternità. 

Ne “Il Sindaco del Rione Sanità” mostri tutto il tuo splendore artistico tra la regia di Martone e il tributo a De Filippo. Cosa rappresenta per te il rapporto con Martone e cosa deve un attore Napoletano del tuo genere al teatro di Eduardo?

Martone per me rappresenta vent’anni di storia, prima di diventare mio regista e io suo attore, sono stato prima un suo allievo. Alla villa di Luchino Visconti a Forio D’Ischia, selezionò tra tantissimi attori anche me. Come tutti i grandi amori, abbiamo agito nelle retrovie, abbiamo fatto delle cose, ma poi quando ti sposi lo sanno tutti. Ecco “Il sindaco” è stato un matrimonio, ma eravamo fidanzati da molto tempo.

Photo Credits: FRANCESCO ORMANDO

Eduardo ci ha dato possibilità di esprimerci con una poetica diversa, diversa da quella di Viviani ad esempio. É riuscito a sfondare letteralmente le pareti, le case di tutta Italia, ha assunto un linguaggio comprensibile a tutti. Lui inizia con la sua drammaturgia ad esportare Napoli in Italia e nel Mondo. Potremmo paragonarlo a Maradona,  a Muhammad Ali, non esiste definizione precisa di un talento del genere. Ha disegnato Napoli in modo critico sia dal punto di vista sociale che dal punto di vista politico, esempio lampante è senza dubbio Napoli Milionaria.

Cosa sogni di fare in futuro? C’è ancora un qualcosa nella lista dei desideri di Francesco Di Leva?

E’ sempre bello sognare, ho dei sogni ma sono scaramantico e preferisco non dirlo. Il sindaco è arrivato in Corea, ed è per me questo grande motivo di orgoglio. 

Un attore non deve mai smettere di studiare, lo studio farà la differenza. L’ho fatto quando ero adolescente, quando ho iniziato ma continuo a farlo tutt’ora. Questo è un mestiere che appena ti adagi sei finito. 

Auspico ad essere un attore che non si stanchi mai di scommettere su se stesso e su dei progetti. Mi piace anche sbagliare, perchè ho provato in ogni caso a fare qualcosa. Mi piace stare in un terreno non fertile, anche se nel momento in cui ci vivo ne soffro e faccio a cazzotti col regista e le sceneggiature. 

Amo mettermi sempre alla prova, negli ultimi cinque film provo a dimostrare proprio questo. Ho recitato nelle vesti di una Drag Queen, ma non perchè lo so fare ma perchè amo mettermi in discussione. Poi spetta al pubblico giudicare il film, ma io quantomeno ho tentato.

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