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“A casa tua” dei Tre Allegri Ragazzi Morti dal 21 aprile online

A casa tua“, il docu-live dei Tre Allegri Ragazzi Morti prodotto con l’obiettivo di sostenere i live club italiani in attesa della riapertura, sarà online dal prossimo 21 aprile in streaming esclusivo su Bandcamp. 

L’importo del biglietto andrà per una metà a copertura dei costi di produzione del concerto-documentario e per metà al locale scelto in fase d’acquisto tra i 26 aderenti all’iniziativa, dislocati su tutto il territorio nazionale.

Il consiglio della band è “scegli il locale della tua zona e ci vediamo a casa tua. La scelta che farai scrivila all’indirizzo acasatuatarm@gmail.com”.

Il docu-live racconta i concerti estivi del 2020 e l’intimo ritorno della band mascherata nelle proprie case in Friuli-Venezia Giulia.

Un’occasione unica per vivere l’emozione del concerto dal vivo a casa tua e per vedere Davide Toffolo, Luca Masseroni ed Enrico Molteni in una dimensione inedita e confidenziale.

Il docu-live di 70 minuti, per la regia di Davide Toffolo, sarà trasmesso in diretta streaming il giorno 21 aprile 2021 alle 21:00 sul canale Bandcamp della band e rimarrà disponibile anche per le 24 ore successive.

Questi i 26 locali che sarà possibile sostenere con i €15,00 del biglietto:

  • Astro Club – Fontanafredda (PN)
  • Bronson – Ravenna
  • Capitol – Pordenone
  • Cas’Aupa – Udine
  • Covo Club – Bologna
  • Csoa Cox 18 – Milano
  • Duel Club – Pozzuoli (NA)
  • Estragon Club – Bologna
  • Hiroshima Mon Amour – Torino
  • Il Cane – Genova
  • Largo Venue – Roma
  • Latteria Molloy – Brescia
  • Live Club – Trezzo d’Adda (MI)
  • Locomotiv Club – Bologna
  • Mamamia – Senigallia (AN)
  • Monk Club – Roma
  • New Age Club – Roncade (TV)
  • Off – Modena
  • Santeria Social Club – Milano
  • SMAV – Santa Maria a Vico (CE)
  • Spazio 211 – Torino
  • Teatro Miela – Trieste
  • The Cage – Livorno
  • TPO – Bologna
  • Vibra Club – Modena
  • Vidia Club – Cesena (FC)

Un documentario che vale la pena vedere anche solo per sostenere i club italiani, quelli che da sempre offrono live di spessore al proprio pubblico.

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Fukushima, il Giappone sverserà in mare acqua nucleare

Il Giappone ha deciso di rilasciare in mare l’acqua radioattiva trattata e accumulata nella centrale nucleare di Fukushima, rimasta gravemente danneggiata dopo il terremoto del marzo 2011.

La decisione è stata resa nota dal premier giapponese Yoshihide Suga, ed è un brutto colpo per l’industria ittica locale che si era opposta lungamente al progetto.

Come riportato dall’AGI , si tratta di oltre 1 milione di tonnellate di acqua contaminata. Il rilascio dovrebbe cominciare tra un paio di anni ma è destinato a suscitare l’irritazione anche dei Paesi vicini, a cominciare da Cina e Corea del Sud.



La Cina ha definito “irresponsabile” la decisione del governo giapponese. Secondo il ministero degli esteri di Pechino, la decisione “è irresponsabile al massimo e nuocerà gravemente alla salute e alla sicurezza pubblica nel mondo oltre che agli interessi vitali dei Paesi vicini”.

Lo scarico delle acque, secondo Tokyo, comincerà fra due anni e durerà decenni.

Ecologisti, pescatori e agricoltori non solo giapponesi sono contrari alla decisione, e per Pechino l’oceano “è una proprietà comune dell’umanità”, quindi il rilascio di acque contaminate non più una questione interna giapponese.



Secondo la Cina, infatti, una decisione del genere non può quindi essere presa “senza l’autorizzazione o almeno la consultazione di tutti i Paesi interessati e dell’Agenzia internazionale dell’energia atomica”.

La Corea del Sud esprime “forte rammarico” e sollecita Tokyo alla trasparenza e alla verifica delle informazioni relative al trattamento complessivo delle acque contaminate.  “Esprimeremo chiaramente la protesta del nostro popolo al governo giapponese” ha dichiarato il capo dell’ufficio sud-coreano per il coordinamento delle Politiche Governative, Koo Yoon-cheol.

“Pretenderemo misure specifiche per garantire la nostra sicurezza e prevenire danni all’ambiente marino“, ha proseguito il funzionario di Seul, aggiungendo che la Corea del Sud riferirà le proprie preoccupazioni all’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica e chiederà alla comunità internazionale di esaminare le questioni di sicurezza relative allo scarico di mare delle acque di Fukushima.

L’oceano Pacifico, quindi, potrebbe essere la prima vera vittima della nuova guerra nucleare combattuta in Asia.

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Istantanee dalla Festa va avanti anche senza festa

Istantanee dalla Festa torna per la quattordicesima edizione in “attesa” della vera e propria festa del 2022.

Anche senza i festeggiamenti ufficiali in onore della Madonna del Carmelo detta “delle Galline”, la Vergine che si festeggia a Pagani ogni domenica dopo Pasqua, l’associazione culturale “Ambress’…Am..press” continua a portare avanti la propria rassegna culturale fotografica.

Il tema della quattordicesima edizione di “Istantanee dalla Festa” sarà “l’attesa”, quella per i veri e propri festeggiamenti che ogni paganese si augura di poter vivere nel 2022.

I festeggiamenti religiosi e civili in onore della “Madonna delle Galline”, infatti, non si svolgeranno nelle forme, nei modi e con i tempi tipici della festa popolare.

Il concorso fotografico organizzato dall’associazione culturale sarà gratuito. Saranno ammesse le foto scattate in ogni dove che avranno come sfondo il tempo della Festa, ovvero a partire dalle 18.00 di venerdì 9 aprile 2021, consueto momento del rito dell’apertura del Santuario, fino alle ore 24 di domenica 18 Aprile, l’ottava della Festa.

Per partecipare basterà pubblicare le proprie foto su Facebook o Instagram con tre hashtag: #istantaneedallafesta , #igers_salerno e #attesa.

Una festa sospesa, quindi, ma che non limita l’associazione ad invitare tutti a dare luogo comunque ai festeggiamenti, ma attraverso una forma più intima e privata. L’attuale andamento epidemiologico, infatti, impone a tutti un contegno prudente e rispettoso delle vigenti misure di contenimento del contagio.

Grandi e bambini, amatori e professionisti, potranno fotografare i festeggiamenti durante la pandemia, le sue nuove ritualità ed i suoi nuovi confini.

L’associazione premierà una foto ritenuta meritevole tra quelle pubblicate su Facebook, nel mentre il team di Instagramers Salerno, individuerà la migliore instapics. Entrambi i vincitori verranno premiati con la stampa in fine art della foto selezionata.

Parallelamente al concorso, torna anche la mostra fotografica che sarà comunque allestita a Palazzo Pinto, in Piazza D’Arezzo a Pagani, da venerdì 9 a lunedì 11 aprile.

Una mostra a porte chiuse, un simbolo dell’attesa.

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Pierpaolo Marino, un artista “Senza Controllo”

“Senza Controllo” uscito il 26 febbraio 2021

Senza Controllo“; è il titolo del secondo album in studio di Pierpaolo Marino, cantautore
marsalese, edito per la Seahorse Recording il 26 febbraio 2021.
Il titolo riassume le vicissitudini e i tormenti che hanno preceduto e accompagnato la
composizione delle canzoni. “Senza controllo” vuol dire anche senza nessuna imposizione
stilistica o manieristica, senza supervisione dall’alto, un concentrato di stati d’animo
espressi in musica nella forma più pura e sincera possibile, senza subire contaminazioni
esterne. Senza controllo nasce anche grazie ad un’iniziativa di crowdfunding su
Produzioni dal Basso, piattaforma on-line italiana che aiuta a finanziare idee, progetti e
storie.
L’album è stato composto e arrangiato da Pierpaolo (tranne “Un secolo fa”, scritta da
Paolo Navarra e arrangiata da Pierpaolo), attraverso un lavoro intenso di pre-produzione
in home recording e poi raffinato in studio attraverso le mani sapienti di Paolo Messere.
Synth, chitarre elettriche e groove di basso e batteria sono gli elementi distintivi di
questo disco che sembra andare in una direzione diversa rispetto al precedente, “Otto
brevi racconti” del 2012, che trovava rifugio in atmosfere sicuramente più folk-rock.
Senza controllo” è un concentrato di passione e solitudine, di malinconie e introspezioni,
che si miscelano e si susseguono nelle undici tracce.
Questo nuovo disco è sicuramente quanto di più personale e autentico l’autore abbia mai
prodotto fino ad ora. Pierpaolo è un ragazzo poliedrico che oltre alla musica ha tantissime
altre passioni. È un vorace lettore e un grande appassionato di fotografia e di astronomia
e queste sue passioni vengono fuori anche dai testi delle sue canzoni come In orbita e
Pulsar, primo singolo tratto da “Senza controllo”, scritto durante la prima fase della
pandemia.

La birra artigianale diventa di stagione. MONTEDEUS – CRAFT BEER

Ha meno di 30 anni la nascita della birra artigianale in Italia. È nella metà degli anni 90 che inizia una vera craft revolution che ha portato fino ad oggi all’esistenza di circa 1000 microbirrifici che in quantità necessariamente ridotte producono birra, appunto artigianale.

Un primo step dovuto è sulla differenza tra le birre artigianali e quelle definite industriali.
Prima di tutto la quantità di produzione che inevitabilmente non può superare certi livelli, poi ancora i processi di microfiltrazione e pastorizzazione.

Per essere pratici ed intenderci, la mancanza di questi ultimi due nella produzione artigianale regala alla birra un sapore unico, differente, decisamente più profumato e non standardizzato nel sapore.

La birra quindi rifermenta in bottiglia, per una seconda volta rendendola più corposa, saporita e unica appunto. Insomma non si correrà il rischio di bere una birra dal sapore “piatto”. Quale debba essere la nostra scelta tra industriale e artigianale credo sia palese, ma in ogni caso viva la libertà. Il consumo rimane ancora infatti di nicchia, solo il 4% delle birre consumate è infatti di provenienza artigianale.

La Craft-Revolution però in Italia ( ma anche nel mondo) avanza e inizia a vedere già sviluppi ed evoluzioni. Non solo dunque produzioni che rispettano un determinato ciclo produttivo per la preparazione ma anche vere e proprie innovazioni di gusto.

È il caso del microbirrificio Montedeus (Quis ut Deus?) dove la birra diventa di stagione.

E dunque al Fico Bianco del Cilento o ancora alla Nocciola IGP di Giffoni Vallepiana.
È il lavoro portato avanti da Eugenia e Piefrancesco che nel 2017 mettono su un birrificio artigianale in Campania, a Battipaglia.

Birre in produzione come la CERERE, bionda in stile belga profumata, dal sapore dolce di gradazione alcolica 5,7% o ancora la PALE, rossa in stile inglese, classica, amara, luppolata, da color rosso rubino, di gradazione alcolica 5,7%.

Al Fico bianco del Cilento, alla Nocciola IGP di Giffoni. La birra artigianale MONTEDEUS diventa di stagione con l’utilizzo delle eccellenze del territorio.

Ma la particolarità arriva nella linea stagionale, come la birra al Fico Bianco del Cilento, prodotto dal presidio SlowFood di Giungano Cilento (Sa). Una witbier ( o meglio birra bianca) di frumento, leggermente speziata e fruttata, delicatamente dolce e ben carbonata.

Passiamo poi ad una stile porter, di colore scuro dunque ( simile alla Guinnes volendo fare un paragone industriale): la PICENTIA, con sentori tostati di caramello abbinato alla nocciola, quella IGP di Giffoni Valle Piana (Sa), che conferisce un bel vellutato d’amaro.

Come ogni prodotto alimentare che si rispetti, anche la linea stagionale delle birre di Montedeus ha dei momenti di produzione ben precisi. E dunque la birra al Fico bianco inizia la sua fase di produzione a fine luglio quando il fico è maturo al punto giusto, quella alla nocciola a dicembre, nel periodo di raccolta.

MONTEDEUS BEER – FACTORY: degustare birra abbinando il cibo giusto

L’attenzione da parte di Eugenia e Pierfrancesco al prodotto gastronomico è già palese. Ma è con MONTEDEUS BEER-FACTORY che concretizzano ancor di più la loro idea. Una factory della birra artigianale che ha uno scopo ben preciso: far conoscere e degustare i prodotti dei microbirrifici artigianali italiani abbinandoli ad un concetto di food ben studiato e ricercato.

“L’idea è quella di sensibilizzare le persone prima di tutto al consumo di birra artigianale, provando a far comprendere che la birra può essere degustata a tutti gli effetti, come il vino per intenderci.E per una degustazione che sia degna di tale nome, abbiniamo ad ogni tipologia di birra che offriamo, delle preparazioni culinarie tali da poter esaltare al massimo i sapori sia di ciò che mangiamo e di ciò che beviamo”

Insomma tanto di cappello al lavoro di Eugenia Fusco e Pierfrancesco Ciardi che a Battipaglia hanno messo su una vera bomboniera dedicata alla birra artigianale. Ci troverete birre umbre, venete, laziali, da nord a sud i microbirrifici artigianali si ritrovano dunque in Campania, a Battipaglia, da Montedeus.

Ci mostrano in anteprima la loro nuova linea. Si chiama MOODS.
In foto il campione zero. Una scotch ale in stile inglese, molto profumata con la parte alcolica che si percepisce di più sul finale di bevuta. Una birra che parte da note dolciastre e tostate e arriva ad un amaro pronunciato sul finale.

Che possa essere una birra ideale da Pub? Credo di si.
Il progetto MONTEDEUS è un insieme di passione, studio e professionalità.

Se passate per Battipaglia segnate la tappa, che anche se siamo in tempi bui e pandemici, le loro birre potete portarvele tranquillamente a casa, con l’asporto.

E se volete godere di una piccola emozione di sapore alla spina, c’è la 404 NOT FOUND. Tranquilli, nessun errore fatale da software impazzito, ma una pale ale stile inglese in fusto da 3 litri, pronta ad essere spillata manualmente.

Perchè le serate casalinghe da coprifuoco, lo sappiamo, si trascorrono decisamente meglio in compagnia di una birra fredda.

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“L’oro di famiglia” candidato ai David di Donatello 2021

“L’oro di famiglia”, del regista siciliano Emanuele Pisano e dell’autrice campana Olimpia Sales, candidato nella categoria “Miglior Cortometraggio” ai premi “David di Donatello 2021”.

Un successo enorme per il cortometraggio indipendente prodotto e distribuito da “Pathos Distribution”, casa di produzione e distribuzione cinematografica che punta a diffondere i cortometraggi d’avanguardia, sperimentali, innovativi nei festival e nel circuito delle vendite su piattaforme streaming e TV.

A poco più di 1 anno dalla prima proiezione, il corto ha già messo in bacheca il premio “Rai Cinema Channelall’Ortigia Film Festival, ha ricevuto più di 30 premi in festival nazionali ed internazionali ed è stato anche selezionato dalla “Federazione italiana cinema d’essai – FICE” per l’iniziativa “Cortometraggi che passione“.

Diretto da Emanuele Pisano, autore assieme ad Olimpia Sales anche della sceneggiatura, protagonista del corto è l’attore siciliano Danilo Arena.

“L’oro di famiglia” nasce da un’esigenza: raccontare il legame viscerale che attanaglia l’uomo alle proprie origini e al proprio passato.

Salvo, il protagonista, ed il suo amico Fabrizio rapinano una villa che sembra promettere grandi guadagni. I due portano la refurtiva da un rigattiere, ma riescono a racimolare solo pochi spiccioli. Tra la refurtiva rimasta invenduta c’è un album di foto di famiglia. Salvo è un duro ed ha cose più importanti per la testa, ma il pensiero che lui non abbia neanche una foto ricordo inizia a balenargli in mente portandolo alla ricerca del suo album di famiglia.

Nato nel 1988 a Scordia, in provincia di  Catania, Emanuele Pisano si laurea nel 2009 al Dams di “Roma Tre”. Raggiunge la notorietà nel circuito dei cortometraggi nel 2009 con “Rec Stop & Play”, che ottiene diversi riconoscimenti, fra cui il premio come miglior corto al “Taormina Film Fest”. È regista di molti videoclip musicali per artisti del calibro di Ultimo, Briga, Mostro, Lowlow e Gianluca Grignani. Tra il 2018 e il 2019 dirige la seconda e la terza stagione della serie “Sara e Marti” per Disney Channel. Ha inoltre curato la regia di “Sara e Marti – Il film”. Dal 2014 lavora come regista televisivo per diversi programmi Rai, Mediaset e Discovery.

“Lo stile di regia scaturisce dal desiderio di entrare il più possibile dentro la storia: la macchina da presa si trasforma così in un ulteriore attore che sconfina all’interno dei luoghi calpestati dal protagonista – afferma il regista Emanuele Pisano – Tuttavia si tratta di uno sguardo volutamente impreciso. Ho infatti cercato di lavorare sull’imprevedibilità delle scelte prese di volta in volta dal personaggio. È per questo che la macchina spia, ma non anticipa mai i movimenti del protagonista: si limita ad aspettare le sue decisioni”.

Olimpia Sales nasce a Pagani, in provincia Salerno, nel 1990. Dopo il liceo, si si laurea al Dams di “Roma Tre” e poi al dipartimento di “Arti, musica e spettacolo” de “La Sapienza”. Nel 2015 è tra gli sceneggiatori di “063139”, web series vincitrice del Premio Solinas. Dal 2016 lavora come autrice televisiva e sceneggiatrice per serie tv kids in onda su Disney Channel e Rai Gulp.

“La necessità del protagonista è quella di vivere di nuovo un momento legato al proprio passato. È un impulso che lo spinge a deviare i suoi passi per rimettere a posto quel che di più prezioso possa avere un nucleo familiare: i ricordi. Il protagonista del corto, quindi, galleggia nella speranza che un ricordo, offuscato dal tempo, possa ritornare vivido tramite delle semplici foto – ha affermato Olimpia Sales, autrice della sceneggiatura assieme al regista Pisano – La nostalgia verso ciò che si è stati e verso la propria famiglia non ci abbandona mai: è una maledizione a cui siamo condannati tutti”.

Protagonista de “L’oro di famiglia” è l’attore siciliano Danilo Arena. Dopo essersi laureato più volte come campione italiano di danze caraibiche, all’età di 21 anni Danilo Arena riceve la borsa di studio presso il “College Arti e Mestieri dello Spettacolo” di Catania, che frequenterà per due anni diplomandosi, e nel 2017 alla “Scuola di Cinema” di Roma “Sentieri Selvaggi”. L’esordio in Rai avviene con le produzioni “Che Dio ci aiuti 4” e “Prima che la notte”. Nel 2018 Danilo prende parte al videoclip “I tuoi particolari” del cantautore Ultimo, in occasione del quale fa la conoscenza del regista Emanuele Pisano. Nel settembre 2019 l’attore collabora con il regista Guido Chiesa per il film commedia dal titolo “Cambio tutto“, al termine del quale prenderà parte anche alla serie “Romulus” per la regia di Matteo Rovere ed Enrico Maria Artale. A settembre 202, Danilo riesce a firmare il primo contratto da protagonista ne “Il Cacciatore 3“, serie tv Rai per la regia di Fabio Paladini e Davide Marengo.

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Culture Forum+, online la seconda edizione

Culture Forum+, online la seconda edizione della rassegna culturale organizzata da giovani per i giovani.

Orietta Berti, Carlo Cottarelli e “La Rappresentante di Lista” sono solo alcuni dei nomi degli ospiti attesi per la seconda edizione del “Culture Forum+”.

Ad annunciare lo scorso 30 marzo gli ospiti della seconda edizione della rassegna culturale, sono stati i ragazzi di Giffoni San Donà di Piave Experience e del collettivo salernitano Koliba, affiancati dal direttore di Giffoni Opportunity, Claudio Gubitosi.

Quest’ultimo, come più volte ribadito dagli stessi giovani organizzatori, è stato ed è una fonte di ispirazione, un modello da emulare nell’organizzazione del progetto che vede lavorare assieme giovani under 30 del Veneto e della Campania.

A partecipare alla rassegna saranno soprattutto giovani tra i 18 ed i 30 anni, i quali potranno iscriversi ai diversi incontri sulla piattaforma “Zoom”.

Gli incontri che si terranno dal 6 aprile saranno con: l’economista Carlo Cottarelli, che rifletterà sul peso del debito pubblico sui giovanissimi; il giovane attivista Berna Dika; la consigliera comunale di Reggio Emilia nonché presidente della commissione consiliare dei diritti umani e delle pari opportunità Marwa Mahmoud; il grafico e creatore di contenuti via web Bob Liuzzo; l’inviato de “Le Iene” Nicolò De DevitiisMuriel e Jo Squillo, entrambe attiviste digitali.

Agli incontri parteciperanno anche i due illustratori e fumettisti Zuzu e Wallie, insieme agli aspetti più sociali e tabù con la psicologa e divulgatrice Federica Vita Ceci.

Nell’incontro finale del 30 aprile, invece, spazio alla musica con Orietta Berti e La Rappresentante di Lista, fresche di partecipazione all’ultima edizione di Sanremo.

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Ghemon, dai Sangmaro a Sanremo: “Vengo da una gavetta molto lunga”

“Alla luce di un lampione di un parcheggio ho osato scommettere contro me stesso” recita “Piccoli brividi” in “E vissero feriti e contenti”, ultimo album di Ghemon, all’anagrafe Giovanni Luca Picariello. È Il secondo Sanremo di fila e il secondo disco in dodici mesi, per lui che appena venti anni fa era considerato, in Campania, l’enfant prodige del rap metropolitano, sputato fuori bruciando tutte le tappe e superando tutti i pronostici. Mc dei Sangmaro, tra i marciapiedi di quei meandri urbani raccontano ancora  di un diciassettenne che rispose all’annuncio  “Cercasi Dj per gruppo rap”- ad una locandina di Domenico D’Alelio – in arte Domi, appeso alla vetrina di un negozio di dischi di Avellino. In rete per i più nostalgici la possibilità di ascoltare Bloodstains (prod. by Fabio Musta) – Sangamaro (Domi & Ghemon), rigorosamente registrato su cassetta. – Era circa il 2001, che spavento, ma soprattutto che Bomba ragazzi! –

“E vissero feriti e contenti” è il mix di esperienze artistiche emozionali, in chiave funk, jazz, soul, indiepop e rap, in cui Gianluca  si è spinto arditamente oltre i suoi spettri. Tutto ciò che ha calpestato è degno di essere considerato parte integrante della bacheca dei suoi trofei. Un omaggio alla sua vita tutta, al suo sputare sangue, al suo conquistare tappe. “Ho sperato cose così fortemente, che ero certo si sarebbero avverate. Ma se continuo ad essere il solo a vederle, ci rinuncio e penso che le ho immaginate. Lo so che è inutile volere tutto e subito, perché capricci e fretta vanno nel sacco dell’umido. Quando mi giudico mi sento svuotato e stupido, ma per la prima volta io lo sto ammettendo in pubblico”.

 

Con un occhio al mio nostalgico rap, e l’altro sui palcoscenici che contano. Gianluca aka Ghemon mi risponde.

 

Mi hanno raccontato di un ragazzo diciassettenne, di registrazioni su cassette, dei Sangmaro e del puro underground. Cosa mi sa dire Gianluca dell’evoluzione in Ghemon e dei suoi primi passi?

Vengo da una gavetta molto lunga, ma sono rimasto sempre indipendente. Sono un cantante, ma con ancora la struttura del dna del rapper, in passato mi facevo problemi tra rap o canto, mi sembrava di dover decidere solo una delle due. Oggi posso dire di avere dalla mia più di un’arma espressiva. Mi sento sicuramente più libero nel fare le cose, perché ormai le ho sperimentate talmente tante volte che ho capito cosa mi riesce bene e cosa no. Per tutta la carriera sono rimasto intrappolato nel restare umile. Con questo album invece esce una parte più consapevole che non è arroganza ma darsi una pacca sulla spalla, prendendosi i meriti per quello che si è fatto. Io sono quello che sono stato, le forme che ho attraversato, gli amori, il sole che ho preso, gli amici e i nemici che ho incontrato.

 

Una grande polemica da parte dei media ha accompagnato questa nuova e sui generis edizione del Festival di Sanremo, per via del fatto che fuori dal teatro si vivessero attimi di panico a causa del Covid – 19. Come l’hai vissuto tu, personalmente, da questo bizzarro punto di vista?

 

È stato sicuramente un Sanremo unico nel suo genere, tutti avevamo una voglia pazzesca di risalire su un palco dopo un anno che non si può dimenticare, ma allo stesso tempo c’è stata una rigida, e giustificata, attenzione al rispetto dei protocolli sanitari. Personalmente, spero che l’ultimo anno sia servito quantomeno ad aprire la discussione su un settore non ancora regolamentato, Bisogna capire una volta per tutte che nella musica ci sono persone che lavorano, artisti, tecnici, centinaia di figure professionali, non è un passatempo. Alle parole devono seguire i fatti e sicuramente Sanremo è stata una vetrina che ha dimostrato che il settore musicale e in generale quello dello spettacolo possono, anzi devono, ripartire, pur nel rispetto della salute di tutti.

 

Il titolo del tuo nuovo album nasce con un ossimoro. Quali sono stati gli ossimori della tua vita, del tuo percorso musicale e del tuo album?

È un titolo nato mentre mi fumavo una sigaretta, quasi per caso. Ho pensato che parlasse di me in questo momento. Sono io, ma è anche la mia generazione. È la fine di una fiaba e l’inizio di qualche cosa di nuovo. È un titolo che parla di ciò che siamo stati, quindi passato ma anche, e soprattutto, futuro. La felicità è relativa, ossimorica, sta anche nelle botte e nei graffi che si prendono.

Nella vita succede di tutto. Cambi tu, cambiano quelli attorno a te, incontri persone diverse, alcune te le porti appresso, molte altre le lasci lungo la strada. Pigli botte, fregature, poi però ti guardi allo specchio e sei contento di come è andata, perché tutte queste esperienze, pure dolorose, ti hanno fatto diventare ciò che sei. Credo sia questo l’ossimoro più grande che racconto nel mio album e che rappresenta la mia vita.

 

A mio avviso è pieno di ermetismo il tuo ultimo disco, riferimenti, simbolismi, figure retoriche. Ho sempre creduto che il simbolismo nella musica abbia storicamente avuto un valore particolare, talvolta come nella poesia, e che consequenzialmente funzionasse prima come d’altronde funziona ancora oggi. Tu che idea ti sei fatto, cosa funziona oggi nella musica? Quanto è difficile discernere la propria essenza artistica da quello che vogliono sentire gli utenti, i fruitori del mercato musicale?

 

Nella mia musica cerco di metterci dentro tutto ciò che mi piace: in fondo io sono i miei ascolti. Non ho mai una reference vera e propria quando scrivo, cosa che invece è molto comune nel mondo del pop.Gli autori spesso ricevono istruzioni come «scrivi un pezzo tipo X» o «prova a farlo come quelli cantati da Y» e purtroppo poi alla fine il risultato è deludente. Io cerco di digerire tutto ciò che sento abitualmente, capirne il senso e di rielaborarlo a modo mio, senza mai pormi un obiettivo e credo che i tempi siano finalmente maturi per proporre anche cose diverse. Tutti i ragazzi di oggi, grazie allo streaming, hanno accesso a milioni di dischi e a migliaia di generi. Grazie alla rivoluzione che il rap e la trap hanno portato nel mercato discografico, poi, si è aperta la strada anche per altri sottogeneri.

Spero di poter essere una specie di traduttore, e che i miei dischi possano fare da ponte verso cose ancora più complesse e ricercate. Vorrei portare in Italia un concetto musicale nuovo, diverso, e mi piacerebbe che non fosse più una nicchia ma una realtà consolidata. Non ho mai giocato nel campionato del pop, a volte mi sono sentito poco capito, perché la mia musica, come quella di chi fa un genere diverso da quello che è mainstream in questo momento, è un diesel: ha bisogno di tempo per ingranare.

 

Due album in dodici mesi, Ghemon il tuo percorso artistico e professionale ha avuto paura del Covid -19? Cosa c’è dietro questa tua grande operosità?

 

Questo è stato un anno intenso sotto tanti punti di vista. Anch’io l’ho vissuto a ondate, ho dovuto capire cosa mi stesse succedendo e come altri colleghi all’inizio mi sentivo bloccato ad osservare. Poi sono arrivate la reazione, l’aggiustamento, la voglia di vivere e, nonostante avessi appena fatto un album, il desiderio di scriverne subito un altro che fosse “pieno di energia e vita”. “E vissero feriti e contenti” è un progetto fatto davvero per voglia, per esigenza espressiva, perché ho trovato delle persone eccezionali che hanno lavorato gomito a gomito con me.

Era una situazione troppo più grande di me, perciò non ho voluto concedermi la scusa di lamentarmi: non potevo farci niente, punto. È stata una coincidenza sfortunatissima, perché Scritto nelle stelle era un lavoro in cui credevo molto e poteva sicuramente arrivare a più persone, ma come dico in Momento perfetto, il pezzo di Sanremo, “se le cose stanno così non posso fare altro che giocare al rialzo e raddoppiare”. Era l’unica cosa che rientrava realisticamente nelle mie possibilità. Forse una volta avrei subito la situazione molto di più, ma con gli anni ho imparato a non farmi sopraffare più dalle circostanze. Oggi penso a come dare dire ritmo alle cose quotidiane, a come renderle interessanti ed è quello che ho cercato di fare in questo album.

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Dario Socci: impressioni di un boxer salernitano

Se voi mi chiedeste dove fossi il 13 novembre scorso, io vi risponderei a Mantova, sul ring, a gareggiare per il titolo italiano di Pesi Welter. Non c’ero io di sicuro, la mia stazza da lockdown non fa di me un un pugile, figuriamoci un peso welter. C’era semplicemente Dario Socci, boxer salernitano, e con lui a combattere il titolo tutta la città di Salerno, compreso il sotto scritto.

La periferia della cittadina campana è stata madre dei pugni di Dario fin dagli inizi, prima di fare di lui un campione che portasse il nome di Salerno in tutto il Mondo. – “From Salerno, Italy, he brings a professional record consisting of twelve wins four defeats two draws six of his twelve come by way of knockout, ladies and gentleman please welcome Dario, italian trouble, Socci” – Ogni volta, ogni maledetta volta, mi brillano gli occhi, mi trema la voce –

Classe 1988, dopo un’intensa battaglia torna da Mantova lasciando a Tobia Giuseppe Loriga il vessillo di detentore del titolo. Ma il 43enne crotonese stavolta si è trovato difronte un cattivo cliente. Dario, al suo primo incontro sul suolo italiano, ha scalfito nell’orgoglio il veterano calabrese che nel 2008 sfidò Julio Cesar Chavez Jr, figlio di Julio Cesar Chavez, “il toro di Culiacan”, leggenda della boxe Messicana.

Da poco ha combattuto e vinto un secondo incontro in Italia, a Roma, contro Jovan Giorgetti, pugile italo – giamaicano con ventisei match all’attivo. La carriera di Dario è in fermento, e i suoi pugni non  vogliono saperne di arrestarsi per ora.

Però dove siano diretti i ganci di Dario, meglio che lo dica il diretto interessato. Sul ring, o meglio all’angolo, ad ascoltare impressioni di sport, impressioni di vita.

 

Quello di Mantova, il tuo primo incontro sul suolo italiano. L’ Italian Trouble ha lottato negli Usa, in Germania, Sud Africa, Messico, Inghilterra e Croazia. Cosa ti ha tenuto fuori dai ring dello stivale? Da cosa differisce la boxe nel nostro Paese da tutti gli altri posti in cui hai combattuto?

 

In Italia non è possibile vivere di pugilato, ma io ho sempre avuto questo sogno. Quindi firmai il primo contratto da professionista negli Stati Uniti. Sono arrivato lì per realizzare il sogno americano. C’è molta più promotion, molta più attenzione sui match, molta più cultura.

Si riesce ad interpretare con più difficoltà la boxe in Italia, sono da due decenni che non viene trasmessa la boxe in tv nel nostro Paese. Oggi questo sport è diventato “gourmet”, è diventato difficile giudicare un match, molte cose sfuggono agli occhi di una persona inesperta. La promotion fa la differenza, come viene sponsorizzata e pubblicizzata ha un valore importante.

 

 

Cosa ti ha condotto la prima volta in una palestra di pugilato, in una città dove l’esclusiva ce l’hanno senza pari il calcio, la rena e il mare? Mi racconti dei tuoi inizi? Quando hai iniziato a sognare di diventare un pugile?

 

Era l’unica scelta, sono andato via di casa a15 anni. Era l’unico sport che potevo permettermi perché era gratis. A Pastena, rione di Salerno, c’era una palestra popolare e chi si iscriveva alla FPI poteva allenarsi gratis. A scuola ci andavo poco e quindi iniziai tutto questo come passatempo. Poi mi sono appassionato a quella concezione mentale, al senso di disciplina, al rispetto. É uno sport individuale e non devi ringraziare nè prendertela con qualcuno quando perdi. E per un individualista ed orgoglioso come me è molto rilevante, è lo sport ideale per me che sono abituato a fare tutto da solo.

 

 Ho sempre paura che mediaticamente e culturalmente della boxe se ne tragga solo ed esclusivamente la violenza e la brutalità di certe immagini.  Cosa si cela dietro la “barbaria” di una lotta di pugni di questo sport che hai amato e ami?

 

É uno sport che risale all’antica Grecia, credo sia uno sport nobile Quando combatti, si esprime tutto quello che hai dentro e lo si condivide con chi hai difronte. C’è uno scambio totale con l’avversario. Se ci pensi è come il sesso, tendi ad amare l’altra persona, perché con lui c’è uno scambio intimo. In quell’atto che sembra violenza, c’è in realtà tutto.

 

I media tutti raccontano di una tua grande prova a Mantova contro il detentore del titolo. C’è amaro? C’è voglia di riscatto? Cosa ti sei portato dietro di positivo e di negativo da quell’incredibile esperienza?

Dopo certe esperienza penso che di negativo ti porti sempre poco. Meglio l’amarezza di una sconfitta che il rimorso di non aver combattuto. Ho avuto un black out nella parte centrale del match, probabilmente questo mi ha penalizzato, anche se credo che quello che mi ha penalizzato di più è stata la promotion del mio avversario, ho combattuto a casa sua. I punteggi forse analizzati da un giudice imparziale, probabilmente avrebbero dato ragione a me. Lui portava dopo i segni del match più vistosi, a differenza mia. Un rammarico forse per quel blackout, che gli ha consentito di aggiudicarsi l’incontro in modo poco chiaro.

Combatterò presto per il titolo internazionale, sono stato fermo un giro causa il titolo italiano.

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Il nuovo disco di rOMA

“E poi ogni giorno scopro nuovi dischi bellissimi che non riesco ad approfondire perché ogni giorno spunta nuova gente seguita da un sacco di gente che ha fatto un nuovo disco bellissimo in cui ha qualcosa da dire e ha qualcosa da dire più di qualcun altro che aveva già qualcosa da dire più di qualcun altro ancora.”

Proprio vero, sta diventando sempre più difficile stare al passo con le nuove proposte in ambito musicale, rimanendo nel frattempo concentrati sugli habitué della scena e provare ad immergersi completamente nei dischi. Non si ha tempo, L’utente medio ogni giorno si sveglia Bianconiglio, e non è nemmeno del mestiere! E in tutto ciò c’è un paradosso perché la citazione iniziale è di un testo di una canzone (di N.A.I.P)!

Ma a proposito di scoprire dischi bellissimi, stamattina ho ascoltato “1982” di rOMA, artista ebolitano dedito all’alternative rock. Il suo nuovo progetto comprende otto pezzi. Gli spunti di riflessione sono tanti. Ne parliamo direttamente con lui. 

 

“1982” riprende la tua data di nascita. Cosa vuol dire? Indica un qualche tipo di rinascita?

Quando è nata la scrittura di questo disco mi trovavo ad un bivio, non scrivevo bene da un po’ e stavo iniziando una produzione troppo ragionata di brani nati quasi a tavolino. Poi quando hai l’opportunità di mandare a puttane tutto lo fai e ci riesci anche bene, l’ho fatto e mi sono rinchiuso ad aspettare che quel niente mi desse lo start per qualcosa che mi appartenesse sul serio. Mi serviva un titolo che si incollasse perfettamente a me e la mia data di nascita era perfetta per ricordarmi sempre chi sono e come voglio fare musica. Da lì in poi è stato facile, gli 8 brani son venuti da soli, senza effetti speciali, senza trucchi.

 

L’album si apre con “Luce”, il cui testo, correggimi se sbaglio, gira intorno a delle riflessioni su verità nascoste/scoperte. Immagino ci sia un aneddoto dietro ciò.

 

Questo automaticamente ci fa creare degli infiniti armadi dove sappiamo ben nascondere i resti dei nostri scheletri. Non ti racconto aneddoti specifici, ma parlando di relazioni c’è stato un periodo in cui era facile agire col buio dove non è necessario confessarsi e mettersi a nudo. Ma confondersi esclusivamente in uno scambio di corpi bastava e la notte, il buio appunto, aiutava e aiuta a restare defilati.

Questo automaticamente ci fa creare degli infiniti armadi dove sappiamo ben nascondere i resti dei nostri scheletri. Non ti racconto aneddoti specifici, ma parlando di relazioni c’è stato un periodo in cui era facile agire col buio dove non è necessario confessarsi e mettersi a nudo. Ma confondersi esclusivamente in uno scambio di corpi bastava e la notte, il buio appunto, aiutava e aiuta a restare defilati.

 

 

cDi cosa hai bisogno per “Splendere”?

Di un ottimo piatto di pasta e una bottiglia di rosso!

A parte i contorni in questo periodo è difficile dirlo, ma credo mi basterebbe un live con un po’ di amici e la possibilità di pogare e abbracciarci a fine concerto. Certo se la cosa fosse un vero mestiere potrei splendere per sempre!

 

In “Spine”, uno dei versi recita “[…] E c’era sempre una domanda e una risposta”. Relativamente a questo, emulando la filosofia marzulliana, se ti dicessi: “fatti una domanda e datti una risposta”, tu come replicheresti?

Che le domande sono troppe e le riposte scarseggiano. Ci passo e ci ho passato un bel po’ di notti, prima del sonno sacro, a ragionare come un coglione su cose anche futili tipo domani mattina me lo mangio un cornetto? Ma la realtà è che a volte è quasi da stimolo non sapere cosa succederà domani. Pensa che rottura di coglioni avere una vita inquadrata, sapere già cosa mangerai domani o se piove o c’è il sole. Ecco perché non guardo mai le previsioni del tempo, mi piace stupirmi.

“Spine” è una fotografia di qualche anno fa, di come ero, come agivo e non me ne dispiace anche perché quando ci penso mi parte un sorriso timido e quando riesco a ricordare alcuni odori, profumi è una cosa assai dolce.

 

“Piccoli momenti di lucidità”. In poche parole l’odio per l’abitudine, la routine e la fuga altrove per salvaguardarsi da questa. Ma nei momenti di lucidità non si tende a fare il contrario, ovvero a combattere le cose face to face?

Mi ha sempre spaventato l’idea di restare immobile, fermo sulle mie idee e dare un’immagine di me statica nel tempo soprattutto e ovviamente nelle relazioni. Forse anche per questo tendo a scappare. La lucidità nel quotidiano per me è spegnere il cellulare, ritagliarsi uno spazio meta-fisico dove esplodere e sfogare. L’evasione è quello che tutti cerchiamo è quello che ci alimenta e allora buttiamolo dentro sto carbone, lasciamoci incendiare.

 

Questa invece proprio non l’ho capita. Citando “Zanzare”, quali sono le “cose da salvare che due mani non possono tenere unite”?

La solitudine è un tema caldo in questo disco. Ne parlo perché mi piace pensare che da soli ci si possa ritrovare o riscoprire, e per uno come me che tende ad essere distruttivo nei rapporti risulta necessario ogni tanto resettarsi e contare i danni. Detto questo però, credo che i momenti migliori della vita siano quelli condivisi e allora quando accade, anche se risulta una rarità, è necessario goderne a pieno. Immagina le cose fatte a 4 mani, quanto si può contenere di più, quanto si riesce ad afferrare di più, quanto è più facile salvare quelle poche cose di buono che ci portiamo dietro e non gettarle nel cesso.

 

L’ultimo pezzo dell’album si intitola “Venere”, in un’altra track citi Marte. Sei un amante dell’astronomia o questi due pianeti simboleggiano qualcosa in particolare per te?

Astronomia? affascinante ma troppo complessa. Venere è una dipendenza ed è tutto quello per cui siamo vivi. Siamo dipendenti da quello che ci attrae, ognuno ha un suo concetto di bellezza ed è quello che ci muove. Il pigro ama la pigrizia, come al chitarrista toglietegli le sue chitarre è farà cose da pazzi. Su Marte poi porteremo tutto questo, ci arriveremo piano, ma un altro mondo è possibile.

 

Cosa verrà dopo “1982”?

Penso più a cosa verrà dopo il 2021! Spero di poter scrivere i brani più belli di sempre, ovviamente per me, di non dover mai scendere a compromessi infami, e di suonare, suonare, suonare. C’è in cantiere l’idea di un singolo inedito a fine anno ma è ancora troppo presto.

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