fbpx
Home Blog

Helsinki senza auto nel 2025 grazie ad un’app

Helsinki punterà ad eliminare le auto private entro 10 anni, grazie all’utilizzo di trasporti pubblici integrati e gestiti da un’app.

Entro il 2025, la capitale della Finlandia potrebbe già dire addio al traffico generato da automobili private, grazie ad un nuovo e rivoluzionario progetto battezzato Kutsuplus. Il sistema prevede una integrazione completa del trasporto pubblico, del bike sharing, dei treni e dei traghetti, in modo da rendere inutile e dispendioso il possesso e l’uso di un veicolo privato.

Secondo Motori.it la sperimentazione di questo ambizioso ed ecosostenibile progetto partirà da alcuni selezionati quartieri della capitale finlandese. Utilizzando questo motodo, secondo gli esperti, entro 10 anni nessuno dei cittadini di Helsinki avrà più bisogno di un’auto privata per qualsiasi spostamento urbano.

Per ottenere questo risultato, in realtà basterà semplicemente ottimizzare i trasporti pubblici della città nord europea.

Considerando che già oggi su 1,3 milioni di residenti nell’area metropolitana di Helsinki, ben 800.000 persone dispongono di un abbonamento ai mezzi pubblici, nonostante il costo dell’ abbonamento risulti tra i più elevati in tutta Europa, l’obiettivo da raggiungere potrebbe essere più vicino di quanto si pensi.

La rivoluzione del trasporto nella capitale finlandese rientra nel progetto denominato SuperHub ( SUstainable and PERsuasive Human Users moBility in future cities): si tratta di un progetto di smart city totale che punta a far divenire Helsinki la città modello sia dal punto di vista della sostenibilità che per l’attenzione all’ambiente.

Matite da cui nascono piante: l’ultima idea della Sprout World

Finalmente siamo nel 2021. La Terra ha fatto un intero giro intorno al Sole e ne ha iniziato un altro. Intanto ognuno di noi ha creato nuove aspettative e si propone nuovi obiettivi. Uno dei miei è di essere più green. Durante il 2021 eviterò gli sprechi. Ecco perché ho deciso che una volta rotta o finita una matita, invece di buttarla, la mangerò all’insalata.

Giuro, non scherzo.

Esiste una matita particolare: si chiama Sprout ed è composta da grafite, argilla e legno atossico proveniente da produzioni sostenibili. Ciò che la rende speciale è la presenza di un piccolo involucro biodegradabile che nasconde dei semi. Questi, se piantati germogliano in massimo quattro settimane.

Come ogni cosa bella che si rispetti, la Sprout è personalizzabile.

Sul sito dell’azienda è possibile scegliere il colore, cosa scrivere sulla vostra matita nuova, il modello della confezione e il tipo di seme che la accompagna. Tra fiori e piante c’è davvero una vasta gamma!

Girasole, margherita, garofano, non ti scordar di me, basilico, timo, salvia, chia, pomodoro ciliegino, coriandolo, abete rosso… e chissà cos’altro in futuro.

La Sprout World ha pensato anche ad una versione per il make up della stessa matita, la Sprout Liner, che può essere usata su sopracciglia, occhi e labbra.

Michael Stausholm, imprenditore e fondatore del progetto, sostiene: “Sprout è nata con la mission di combattere l’uso della plastica e di stimolare persone e aziende ad adottare comportamenti più eco-sostenibili. E questo impegno è ancora al centro del nostro DNA. Noi vogliamo che le persone pensino: se posso piantare un mozzicone di matita invece di gettarlo via, cosa altro posso fare per lasciare un impatto positivo per il futuro del pianeta? Tutti noi dobbiamo iniziare da un qualche gesto concreto.”

CONTINUA A LEGGERE SU BOOONZO.IT

 

Palingenesi, l’atlante della ricostruzione di Giovanni Comunale

Mia madre mi racconta delle notti in allerta con papà, in una ritmo bianca, nei giorni successivi la prima scossa. Il terremoto dell’Ottanta in Campania è una cicatrice indelebile. Le dinamiche di ripresa comportarono un percorso lento e sofferente.

Lo spaccato di quel terribile avvenimento, il processo di rinascita e la nostalgia di un vissuto spazzato via dal sisma lo racconta Giovanni Comunale, fotografo e documentarista del Territorio oltre che coscienza sensibile della città di Battipaglia (Sa). Palingenesi, progetto ancora in corso d’opera, si promette la realizzazione di un piccolo atlante della ricostruzione, a quarant’anni dal terremoto del 23 novembre del 1980.

Toccare con mano l’inconscio di una Terra, documentare le macerie, testimoniare la risalita e smuovere gli animi attraverso il ricordo. L’occhio scrutante, i motivi e le ragioni intime della sua analisi introspettiva del Territorio, presi in esame dalle mie domande.

 

Chi è Giovanni Comunale e di cosa si occupa nella vita?

Ho cominciato ad interessarmi alla fotografia nei primi anni 80 conducendo parallelamente ai miei studi alla facoltà di Architettura di Napoli quelli sulla fotografia da autodidatta, seguendo da uditore le lezioni di Mimmo Jodice all’Accademia di Belle Arti. Nel 1990 mi sono trasferito a Milano dove ho studiato al CFP R. Bauer, che allora era l’unica scuola pubblica post diploma, studiando con Gianfranco Mazzocchi, Gabriele Basilico e Giancarlo Majocchi. Subito dopo il diploma sono stato selezionato fra gli autori del “Mai de la Photo” a Reims ed ho cominciato la mia attività prima come assistente di Francesco Radino e poi come professionista occupandomi prevalentemente di fotografia di documentazione del territorio, di architettura e di fotografia industriale. Con Tancredi Mangano, Saverio Femia, Massimo Mazzilli con i quali avevo frequentato la Bauer, abbiamo fondato “Scema la Luce”, un collettivo che partecipò a due campagne consecutive per l’“Archivio dello Spazio”, un progetto fotografico che vide impegnati 58 fotografi, dai maestri italiani del paesaggio fino alle giovani generazioni, sui territori di quasi duecento Comuni della Provincia di Milano e che portò alla creazione di un archivio di 7461 stampe fotografiche, unico fondo pubblico di Documentazione del Territorio, che è stato il nucleo fondativo del Museo di Fotografia Contemporanea a Cinisello Balsamo. Dalla metà degli anni ’90 e fino al 2004 mi sono occupato prevalentemente di fotografia industriale collaborando costantemente con AEM Milano (oggi A2A), documentando oltre gli impianti di produzione, gli interventi di illuminazione pubblica e monumentale della città pubblicati poi nel volume Non solo Luce. Milano, frammenti di  notte urbana edito da Skira nel 2005. Parallelamente all’attività professionale mi sono occupato di ricerca e sperimentazione del linguaggio fotografico, vincendo nel 2001 il premio Europeo Riccardo Pezza (con un omaggio a Luigi Ghirri) e nel 2006 sono stato selezionato per la mostra “ALTERAZIONI. Le materie della fotografia tra analogico e digitale” curata da Roberta Valtorta al MuFoCo. In quello stesso anno sono stato chiamato ad insegnare laboratorio di Ripresa e Stampa presso il CFP R. Bauer, dove 14 anni prima mi ero diplomato, da allora affianco alla mia attività di fotografo quella di insegnante. Nel 2009 curo e realizzo “iSong’io. Ritratto collettivo di una Generazione”, con la partecipazione dell’associazione Culturale AutAut, un progetto site specific a Battipaglia, città in cui sono cresciuto, e primo evento di “fotografia pubblica” in Campania. Nell’ultimo decennio affianco alla mia attività di ricerca fotografica anche quella video, continuando a  svolgere sia l’attività professionale che quella di insegnante in istituti Tecnici per la Grafica e la Comunicazione. Nel 2018 vengo incaricato dalla Rete Regionale dei Borghi abbandonati della Campania per documentare 14 paesi nel territorio campano, un progetto di “archeologia fotografica” diventato un volume ed una mostra inaugurata nel 2019 a Matera capitale europea della cultura.

Cos’è Palingenesi, quando e come nasce?

Palingenesi nasce fra la fine del 2018 e l’inizio del 2019, come un progetto aperto e ancora in costruzione  per diventare un piccolo atlante della ricostruzione, a 40 anni dal tragico evento del 23 novembre 1980, che tanto fortemente ha segnato il territorio campano, e la mia storia personale stabilendo di fatto il mio passaggio all’età adulta.
L’indagine condotta inizia con (Càs Carùte, 2018) in alcuni dei paesi del “cratere”, abbandonati a seguito del sisma, e ci mostra un Italia “minore” fatta da piccoli paesi dell’entroterra campano, congelati dagli eventi in un tempo che in molti ricordano e che eppure sembra lontanissimo. Prosegue con l’analisi dei paesi ricostruiti (Restanza, 2020), spesso faticosamente e mai più ripopolati del tutto, alla ricerca di quanto della loro storia è sopravvissuto e rinato.

Ho assistito in diretta a come è stata concepita la ricostruzione e già in quei momenti mi accorsi che c’era qualcosa che non andava. Mi sono legato particolarmente a questi paesi perché prima ne ho visto la tragedia con il terremoto, poi lo stravolgimento con la ricostruzione democristiana”. Ecco quanto dichiara il paesologo, poeta e scrittore Franco Arminio. Invece cosa pensa a riguardo Giovanni Comunale?

Nel 1980 avevo 16 anni e il ricordo della sera del 23 novembre è ancora nitidissimo nella mia memoria, come spesso mi è capitato di dire penso che quella data sia stato lo spartiacque fra la mia vita di ragazzo e quello di adulto. Come molti cercai di rendermi utile nelle ore immediatamente successive andando presso la sede del Partito Comunista che allora era in via Gramsci per mettermi a disposizione come volontario ma ero troppo giovane e gracile e finii alla lavanderia dell’Ospedale. Negli anni successivi ho seguito le vicende legate alla ricostruzione con un misto di speranza prima e di sconforto poi. La politica di allora che pur annoverava ai suoi massimi vertici politici nazionali rappresentanti campani e irpini non seppe far altro che sfruttare in termini clientelari le ingenti risorse che furono messe in campo aprendo di fatto il territorio alle incursioni della malavita. Va detto però che anche le iniziative più interessanti di ricostruzione partecipata, che pure ci furono, naufragarono nel miope sogno della “casa con le comodità” delle villettine a schiera che fu preferita alla ricostruzione nei vecchi “scomodi” centri storici da parte di moltissimi.

 

Credi che la fotografia sia uno strumento fedele per la tua ricerca? Cos’ha di veramente speciale questo mezzo?

É ormai un trentennio che attraverso la fotografia mi occupo di Documentazione del Territorio, quello che usualmente viene definito come paesaggio. Di questo che ormai è classificato come un genere della fotografia mi piace dare questa definizione: il paesaggio è lo spazio dove convergono la natura e la cultura, il luogo cioè dove si incontrano gli elementi naturali e la mano dell’uomo. Il costruito, l’architettura ma anche la cura dei campi, delle montagne e delle acque danno vita a quel paesaggio che è differente di ogni parte del mondo perché è generato oltre che dalle peculiarità naturali dalle esigenze economiche e dalla cultura di chi lo abita. Quando si fotografa il paesaggio si racconta l’uomo (anche se non è visibile nell’immagine), è come riconoscere l’animale dalla traccia che lascia sul terreno. La fotografia, o per meglio dire, l’occhio del fotografo, ancor meglio quando è “straniero”, isolando porzioni di spazio individua e rileva significati e rapporti che la frequentazione quotidiana diluisce e dissolve. La fotografia di paesaggio e in special modo quella della scuola italiana a partire dagli anni 80, ha saputo innescare un vero e proprio fronte culturale che ha portato anche nelle istituzioni strumenti per una nuova consapevolezza nella gestione e nella progettazione del territorio soprattutto oggi che il linguaggio delle immagini, anche attraverso il web, è diventato la forma di comunicazione universale.

É del 2018 l’iniziativa di alcuni comuni italiani di mettere in vendita alcune case, nei rispettivi centri storici, al prezzo di un euro, per consentire ai nuovi proprietari di dare di nuovo valore a quei luoghi. Qual è il tuo parere a riguardo e quanto credi che il nostro Governo sia attento alla valorizzazione dei centri storici?

Negli anni si è cercato da parte del governo di mettere in campo politiche che stimolassero la crescita e contrastassero lo spopolamento a cui vanno incontro le aree interne del nostro paese come l’ultima Strategia Nazionale Aree Interne ma quello che secondo me dovrebbe cambiare è la percezione che abbiamo dei centri storici dei piccoli borghi e dei paesi dell’entroterra rispetto ai più rinomati centri storici cittadini, per far si che veramente si percepisca il valore corale delle architetture dei piccoli centri. Queste parlando un linguaggio architettonico e spaziale più corrente dovrebbero perciò essere viste come dei simboli e segni forti di una nuova identità di quei luoghi. Un identità segnata anche da eventi imprevedibili e in molti casi da scelte sbagliate ma che si rigenera, se percepita nelle sua positività, rinnovandosi in un tessuto originario, in molti casi ancora leggibile oggi. Bisogna fare in modo che le persone che vogliano abitare questi luoghi costruiscano una nuova vita comunitaria che incontri le vie, le strade, le case nei piccoli centri, ritrovando un modo diverso e più sostenibile dell’abitare superando una visione centralista di valorizzazione meramente economica calata dall’alto.

 

Cosa ha impedito la rinascita dei luoghi soggetto dei tuoi reportage?

Negli anni immediatamente seguenti la ricostruzione non si è arrestata quell’emorragia di persone che ha dovuto e voluto abbandonare le aree interne e quelle colpite dal sisma in particolare; ragioni economiche prima fra tutte la scarsità di  opportunità lavorative, l’isolamento dai poli culturali, il livello molto basso dei servizi  indispensabili (scuola, sanità, mobilità) hanno accelerato la spinta centrifuga verso le città lasciando di fatto semideserti i paesi che spesso faticosamente si erano ricostruiti. Il modello economico e sociale dell’ultima parte del secolo scorso e dei primi anni di questo, che ha interessato  tutta la nazione, ha accentrato nelle grandi città tutte le risorse umane ed economiche e più questo accadeva, più alle aree interne venivano sottratte risorse ed attenzioni innescando un circolo vizioso che sembrava senza soluzione. Bisogna però rilevare un cambiamento di tendenza che è  lo spunto da cui è partita la seconda parte di Palingenesi, l’accelerazione imposta dalla crisi legata al Covid della diffusione delle tecnologie di comunicazione su tutto il territorio nazionale e la necessità di ripensare a nuovi modi di vivere e di produrre in maniera più etica e sostenibile sembra offrire a noi e a quei paesi ricostruiti una nuova prospettiva. Si fa largo come  ha scritto l’antropologo Vito Teti una nuova etica, quella della Restanza:

“L’etica della restanza è vista anche come una scommessa, una disponibilità a mettersi in gioco e ad accogliere chi viene da fuori. Noi adesso viviamo in maniera rovesciata la situazione dei nostri padri e dei nostri nonni. Un tempo partivamo noi, oggi siamo noi che dobbiamo accogliere. Etica della restanza si misura con l’arrivo degli altri, con la messa in custodia del proprio luogo di appartenenza, con la necessità di avere riguardo, di avere una nuova attenzione, una particolare sensibilità, per i nostri luoghi.”

CONTINUA A LEGGERE SU BOOONZO.IT

 

“La scienza in cucina e l’arte di mangiar bene” – Artusi e il libro monumento alla tradizione gastronomica italiana

<< La Scienza in cucina, oltre ad essere quel delizioso ricettario che tutti, almeno di nome, conoscono, punto fermo della tradizione culinaria italiana, e perfetto manuale di alimentazione saporita e, insieme, equilibrata, svolse anche, in modo discreto, sotterraneo, impalpabile, il civilissimo compito di unire e amalgamare, in cucina prima e poi, a livello d’inconscio collettivo, nelle pieghe insondate della coscienza popolare, l’etereogenea accozzaglia delle genti che solo formalmente si dichiaravano italiane>>.

Cosi scrive nella sua introduzione Piero Camporesi – profondo conoscitore della letteratura e della cultura popolare – offrendo al lettore l’edizione più completa, accurata e precisa di questo monumento alla tradizione gastronomica italiana che è al tempo stesso un vero e proprio classico dell’Ottocento.

“La scienza in cucina e l’arte di mangiar bene” meglio noto come “L’Artusi”

“La scienza in cucina e l’arte di mangiar bene” è l’opera redatta da Pellegrino Artusi, scrittore fiorentino che tra la fine dell’800 e gli inizi del ‘900 fu un notissimo gastronomo e critico letterario.

790 ricette raccolte in un manuale unico nel suo genere, raccolte dall’autore nei suoi lunghi viaggi.

Può considerarsi il libro più famoso e letto sulla cucina italiana, una di quelle opere che di certo non può mancare nelle letture e gli studi di professionisti della gastronomia – i grandi chef dell’ultimo secolo hanno tratto ispirazione e suggerimenti da qui.

Ed è bene non farlo mancare nemmeno nelle librerie di chi di gastronomia di definisce “appassionato”, pronto ad esprimere pareri e reinterpretazioni sulla vera cucina italiana.

Se non vogliamo definire l’opera dell’Artusi come una vera Bibbia, di sicuro possiamo definirlo un vero manuale – o anche dizionario – delle ricette tradizionali italiane che hanno reso la cucina della penisola unica nel suo genere.

790 ricette compongono un manuale unico e dettagliato della cucina tradizionale italiana.

Divise, le 790 ricette, in un indice per ordine di portata per ogni singolo argomento:

Brodi, gelatine e sughi, Minestre, Principii, Salse, Uova, PAste e Pastelle, Ripieni, Fritti, Lesso, Tramessi, Umidi, Rifreddi, Erbaggi e Legumi, Piatti di pesce, Arrosti, Pasticceria, Torte e dolci al cucchiaio, Siroppi, Conserve, Liquori, Gelari, Cose diverse.

Ogni singola ricetta non è solo raccontata dall’Artusi con coinvolgimento ed entusiasmo, ma è stata provata più e più volte dai suoi cuochi fino a renderle chiare e comprensibili a tutti.

Un approccio colloquiale che mette insieme segreti e preparazioni della tradizione, della cucina casalinga, prima di contaminazioni moderne e ancora non colpita dalle note “rivisitazioni”.

Studiare quest’opera è un obbligo, un dovere per chiunque voglia esprimere in senso critico qualunque tipo di parere su aspetti gastronomici e sulla grande storia della cucina tradizionale italiana.

Continua su BoOonzo.it

“La stanza di Tobia” donata dalla Accademia Pizza DOC

L’Accademia Nazionale Pizza DOC il 28 dicembre sosterrà l’ARLI – Associazione Regionale Leucemie Infantili” ed il progetto “La stanza di Tobia” attraverso un webinar con tutti i docenti del Team Accademia.

Il corso online sulle nuove tecniche per realizzare la pizza servirà per raccogliere fondi da devolvere interamente all’A.R.L.I per la realizzazione de “La stanza di Tobia”, una casa a disposizione delle famiglie dei giovani pazienti ricoverati presso gli ospedali Onco-Ematologici di tutto il Centro Sud Italia.

Per partecipare al webinar basterà versare una quota minima di 20 euro direttamente all’ARLI.

“La Stanza di Tobia” è dedicata ad un giovane che ci ha lasciato il 27 dicembre 2019 a soli 23 anni. Con questo progetto vogliamo ricordarlo donando un sostegno a chi affronta la stessa battaglia” ha affermato Antonio Giaccoli, patron della Accademia Nazionale Pizza DOC, e Vincenzo Mercadante, presidente dell’ARLI.

Nel frattempo è stata avviata una campagna di crowdfunding sul sito “GoFundMe.com” per raggiungere la somma necessaria alla realizzazione del progetto.

Una raccolta fondi in collaborazione con il progetto “Pizza in corsia” nato nel 2019, il cui ricavato è stato sempre interamente destinato a finanziare il progetto.

Durante il webinar del prossimo 28 dicembre, infatti, sarà presentato anche “Pizza in Corsia 2021”, la terza edizione dell’evento benefico che ogni anno porta pizzaioli di spessore a realizzare pizze tra i corridoi dell’ospedale napoletano “Santobono – Pausillipon” assieme ai giovani pazienti.

CONTINUA A LEGGERE SU BOOONZO.IT

Nuove leve ed Old school. Intervista ai Little Wrangata

“Distanti ma uniti!”

Questo è il motto che ha suonato e risuonato nell’aire italiana per quasi tutto l’anno.

Qualcuno l’ha usato come base per creare meme su meme.

Qualcun altro ha preso queste parole un po’ più sul serio e ha messo su un bel progetto. É il caso di Dj Pio e Speaker Vito che, nonostante le difficoltà dettate dalla distanza, unendo le province di Salerno ed Avellino, hanno fondato un duo musicale: “Little Wrangata“.

Ho ascoltato i loro brani: un sound moderno che si mescola a delle metriche del rap old school. L’abbinamento mi piace… e molto, aggiungerei!

L’euforia mi prende in ostaggio. Voglio conoscerli!

Contatto DJ Pio. Parte una bella chiacchierata – a cui in seguito si unirà anche Speaker Vito – che si conclude con una promessa.

 

Allora, come nascono i Little Wrangata?

DJ Pio: “In modo molto naturale. Ho conosciuto Speaker Vito anni fa perché era un fan sfegatato dei SangAmaro, un gruppo hip hop fondato da Doc Domi e Ghemon prodotto da me e Fabio Musta. Quindi Vito a 16 anni mi contattò parlandomi dei suoi progetti e mi chiese una collaborazione. Da lì in poi abbiamo stretto una vera e propria amicizia che ci ha portato a produrre decine e decine di brani. Il tutto però era impostato non tanto sull’essere un vero e proprio gruppo ma su Speaker Vito rapper prodotto da me. Durante il lockdown abbiamo continuato a lavorare imperterriti. Le giornate si concludevano nel momento in ci scambiavamo beats e provini. Il resto è venuto tutto da sé”.

 

E cosa vi spinge ad essere così produttivi? Voglio dire, “Tic tic tic” e “hombre”, che sono i primi due estratti del vostro EP, sono stati pubblicati ad una distanza di un solo mese. Non è da molti!

Dj Pio: “Fare musica è una necessità. Io lo farò finché lo sarà. In quel momento particolare poi, è diventato una valvola di sfogo. Infatti contemporaneamente a questo EP, stiamo già lavorando al CD. Non ci fermiamo mai. Lavoriamo anche su 5/6 pezzi a settimana, però, dovendo obbligatoriamente fare una cernita, molte cose non vedranno mai la luce”.

 

Parlando dell’album mi hai incuriosito, dimmi di più.

DJ Pio: “Non posso anticiparti molto: innanzitutto, le sonorità sono totalmente diverse da quelle dell’EP; per giunta, prevede molti featuring. Per esempio, già in “Papi Papi” abbiamo la collaborazione di un dj molto bravo: Jahmetta. Nel disco avremo al nostro fianco sempre ragazzi emergenti ma forti. Inoltre sarà sempre registrato da Fabio Musta al Different Lab Studio. Al momento stiamo facendo solo i provini, ma ciò che sta uscendo ci piace. Sono bombe”.

 

Tornando su ciò che avete già pubblicato, invece, nell’intro di “Tic tic tic” c’è una reference a Lucio Battisti (“prendila così, non possiamo farne un dramma”). Come mai la scelta di omaggiare un artista sicuramente importante nel panorama della musica italiana, ma così diverso dal genere in cui sguazzate?

DJ Pio: “Battisti è uno dei nostri cantanti italiani preferiti. Una sera, durante il lockdown ascoltavamo “prendila così”. Ci piace molto l’arrangiamento, però non abbiamo mai dato peso al testo. In seguito la mia ragazza mi ha aiutato a capire che parla di due amanti. Comunque è da lì che, se non mi sbaglio, è nata l’idea”.

Speaker Vito: “Confermo. Battisti è uno dei miei cantautori preferiti e mi sembrava giusto citarlo, anche se il mio “prendila così” ha un significato diverso. Sta per “io e Pio siamo così, e ci devi prendere così come siamo. Nonostante il suono, la differenza di età, nonostante tutto”.

 

A questo punto i ruoli si ribaltano e gli intervistati diventano intervistatori. Mi chiedono se abbia mai ascoltato “Prendila così”. Il mio sincero “no” crea un po’ di imbarazzo. Giuro un recupero e l’atmosfera ritorna quella di prima. 

Approfitto per parlare della differenza di età, che aggiungo, si aggira intorno ai 24 anni, per chiedere loro: “ha mai influito sul vostro rapporto?”

Dj Pio: “No, assolutamente. L’età, per quanto mi riguarda, è legata più ad un fattore di mentalità che di anagrafe”.

Speaker Vito: “No no, infatti. Per i Little Wrangata il tempo non esiste. Al massimo, se proprio, è una sfida”.

 

Vito, ma tu quando scrivi ti ispiri solo agli artisti che segui? O c’è qualcuno, qualcosa che ti illumina?

No, mi baso sulle mie esperienze e sull’immaginazione. Le metto in un frullatore e da lì escono i pezzi.

 

Anche se il tempo sembra essere un concetto estraneo ai Little Wrangata, viene spontaneo parlare anche di quel che saranno i probabili progetti futuri del duo. Uno di questi è un docufilm di cui però non lasciano trapelare molti dettagli. Dicono che sarà incluso nel progetto che riguarda l’album.

La nostra conversazione si conclude così. Ora non mi resta che tener fede alla mia promessa… corro ad infilare Battisti in cuffia!

 

CONTINUA A LEGGERE SU BOOONZO.IT

 

Lagioia racconta l’omicidio Varani ne “La città dei vivi”

Nicola Lagioia racconta ne “La città dei vivi” di Einaudi Editore uno dei delitti che maggiormente ha sconvolto l’opinione pubblica italiana negli ultimi anni.

Ventisette marzo 2016. Manuel Foffo e Marco Prato seviziano e uccidono Luca Varani in un appartamento nel quartiere Collatino, a Roma.

Due contro uno con il mondo intorno, il giorno confuso con la notte e il sangue, più e più volte. Il dolore e il desiderio, la volontà priva di senso.

L’omicidio come atto privo di perché, nella città che non distingue, non ha un movente.

Il racconto di Nicola Lagioia usa un equilibrio assoluto, guarda la cronaca nei suoi dettagli e punta al nero. Da esso parte, usa l’inchiostro dei giornali, adopera la carta sottile per il viaggio. Resta con le dita sporche e il cuore. Percorre il limite, prova l’equilibrio, ricade nei ricordi e si affaccia. La materia dei personaggi slabbra dai margini, trabocca e diventa ri-creazione.

Nel percorso le parole sono strumento per decifrare la realtà, provando un riconoscimento, un sentimento comune anche se pregno di orrore, di inspiegabile. La lettura è ricerca, l’arte di rimettere in un gioco alternato di luce e buio i fatti, le personalità.

C’è una finestra in mezzo alle nubi indefinite, affacciata sulla notte.

Tutto è buio, i colori segnano la superficie, poggiano su architetture oscure, come i quartieri nelle ore deserte, quel che resta delle folle e delle feste.

Non so perché l’ho fatto, dicono gli assassini.

Non c’è la ragione per il delitto, la sua storia è il bivio dove c’è il male, l’incrocio dei crossroads ubiqui del tempo moderno.

Le domande reggono il mondo senza sapere, a volte la statica non regge e il fallimento abbatte le impalcature, accade il collasso.

Il territorio insensato del sangue per il sangue domina questa storia, il nero segna un romanzo alieno nel panorama letterario italiano, per niente confinato ad un genere, perduto nel lavoro con tutto quello che è umano fino al suo estremo.

Racconta, ad ogni costo.

CONTINUA A LEGGERE SU BOOONZO.IT

Musica contro le mafie 2020: Joseph Foll in finale

La musica è sicuramente una delle espressioni artistiche più potenti.

La musica ci abbraccia, ci consola, ci rende felici, ci libera; è in grado di abbattere qualsiasi distanza e barriera. 

Eppure la musica,come tutto il settore artistico in generale, vive oggi forse la sua ora più buia, a causa delle stringenti restrizioni rese necessarie dall’emergenza sanitaria attuale. 

È per questo che, oggi come non mai, la musica ha bisogno di tutto il supporto e il sostegno possibili, soprattutto quando poi si ritrova a sposare cause importanti come la lotta alle mafie. 

È questo l’impegno dell’associazione Musica contro le mafie della rete di Libera, fondata da Don Luigi Ciotti, che attraverso la musica e i musicisti porta avanti ormai da anni non solo una battaglia contro le mafie, la criminalità e l’illegalità ma anche per l’affermazione della giustizia sociale attraverso la legalità democratica.

L’associazione dal 2010 organizza il Premio Nazionale “Musica contro le mafie”, primo e più importante concorso musicale europeo con tematiche legate al sociale e all’impegno antimafia.

Il Premio, giunto quest’anno alla sua undicesima edizione, ha avuto una grande adesione da parte dei musicisti: ben 709 gli artisti iscritti, di cui soltanto 10 si contenderanno la finale. 

Numerosi sono i premi in palio, che saranno ritirati al Palafiori di Sanremo nella settimana del Festival della Canzone Italiana con esibizione a Casa Sanremo. Il vincitore assoluto porterà a casa 10 mila euro per la realizzazione di un tour, oltre alla partecipazione a festival nazionali ed un mini tour europeo. 

Novità di questa edizione inoltre è il premio “Once upon a star”, in collaborazione con TIMMUSIC, che celebra John Lennon in occasione del quarantesimo anniversario della sua morte: i musicisti in finale dovranno interpretare una cover di Lennon e sarà poi TIMMUSIC a decretare il vincitore. 

La finale, che quest’anno non si svolgerà come di consueto a Cosenza ma in diretta streaming sulla pagina dell’associazione, si disputerà il 20 dicembre e potrà avvalersi di una giuria variegata: la giuria “responsabile” streaming composta da artisti quali Dario Brunori, Erica Mou, Gabriella Martinelli, Gianni Maroccolo; la giuria Generation “Z” composta da studenti dell’ U.d.S – Unione degli Studenti e Libera Scuola & Formazione; la giuria social composta da tutte le persone che parteciperanno, assistendo alla finale.

Noi di BoOonzo, amanti della musica e sostenitori di tutte le iniziative di questo spessore artistico, culturale e sociale, non potevamo che dare il nostro appoggio e quest’anno abbiamo un motivo in più per farlo. 

Tra i dieci finalisti compare infatti il nome di un grande cantautore nostrano, nonché grandissimo amico: Joseph Foll. Joseph, la chitarra più forte di Mondragone, è stato selezionato tra i dieci finalisti con il brano “Sbadiglio”.

Al secolo Giuseppe Follera, Joseph Foll si nutre di arte sin da bambino grazie al padre, il pittore e scultore puteolano Alfonso Follera. 

Ex calciatore professionista-semi professionista, ad un passo dalla laurea in giurisprudenza, proprio in seguito alla scomparsa del padre, Joseph sente di non poter non ascoltare il richiamo sempre più forte dell’arte e si dedica a varie forme ed espressioni alla ricerca di quella giusta. 

Iniziano così le prime canzoni ed esibizioni che lo vedranno suonare in Italia e in Europa, dai bar di provincia ai piccoli club, fino alle importanti aperture di grandi artisti quali Gogol Bordello, Morgan, Mogol, Tricarico, Gragnaniello, Tonino Carotone

Ora è in studio per il suo primo album e a lavoro per la finale dell’ambito premio di Musica contro le Mafie.

“Partecipare ad un premio così importante mi rende orgoglioso e felice. Vincere sarebbe stupendo soprattutto per l’attenzione che ne consegue e per l’entusiasmo che mi darebbe per continuare a fare musica soprattutto in un periodo così difficile per tutta la categoria. Il supporto della gente da casa sarebbe di grande aiuto essendo io un Emergente anzi un Emergentissimo . Incrociamo le dita e viva il lupo” ci ha raccontato Joseph.

Per chi come noi ha avuto la possibilità di assistere ai suoi live, sa bene che Joseph è un cantautore autentico. La sua musica è pura, sincera e arriva dritta al cuore con grande immediatezza.

Ci prepariamo a seguirlo e sostenerlo il 20 dicembre in streaming sulla pagina dell’associazione “Musica contro le mafie”, in attesa di poterlo riascoltare e riabbracciare quanto prima dal vivo. 

CONTINUA A LEGGERE SU BOOONZO.IT

Mille paraustielli di cucina napoletana. Leggende, storie, curiosità e fattarielli della gastronomia partenopea.

Mille paraustielli di cucina napoletana. Leggende, storie, curiosità e fatterelli della gastronomia partenopea.

Natale è alle porte e la corsa ai regali “originali” o comunque diversi da quelli dell’anno precedente è sempre una grande impresa.

Ecco un consiglio per un ottimo omaggio ad appassionati di cucina, ma anche di storia, di etimologie e di “fattarielli”. In particolare quelli partenopei.

Parliamo del libro “Mille Paraustielli di cucina napoletana” di Amedeo Colella.
Un mix ben assemblato di aneddoti, leggende, storie, curiosità, fattarielli, oscenità ed etimologie di gastronomia napoletana.

Napoli è città d’arte, di cultura, di storia, di lingua.

Napoli è città d’arte, di cultura, di storia, di lingua. Tremila anni di contaminazioni, di stratificazioni; Napoli è come una sfogliatella riccia che conserva, sfoglia dopo sfoglia, le tracce di tutte le dominazioni che si sono succedute nel governo del mezzogiorno d’Italia.

Napoli è da secoli la capitale della culturale e gastronomica del mediterraneo, crocevia di contaminazioni culinarie provenienti dai quattro angoli del mondo.

Ogni piatto, ogni dolce, ogni ingrediente racchiude storie, leggende, fatterelli, racconti, aneddoti … insomma paraustielli.

Cosa sono i paraustielli?

Il paraustiello è un racconto, una giustificazione molto argomentata che si usa spesso a discolpa, anche se poi si tratta di improbabili scusanti: “Me staje purtanne tutti sti paraustielli inutili”.

Con la parola paraustielli si intendono anche le storie, i racconti esagerati, le iperboli verbali, i cerimoniali verbosi, i giri di parole, le metafore che inventano i napoletani per esprimere concetti semplici.

Anche la spiegazione etimologia della stessa parola paraustiello è ‘nu paraustiello.

Storie, racconti e “certissime leggende”.

Questo ed altre storie all’interno di questa raccolta che vede protagonisti anche i piatti napoletani, ognuno con la sua storia, la sua versione, la sua “certissima leggenda” da raccontare.

Perché un dolce napoletano si chiama zuppa inglese?

È più corretto dire cocomero, anguria o mellone ( si, ovviamente con due elle) ?

Perché la parigina e la francesina si chiamano cosi?
Perché a Napoli il pane è cafone?

Perché l’insalata è di rinforzo?

Quali sono le terminologie della cucina napoletana, le sue unità di misura?

Questo e tanto, ma tanto altro è raccontato in maniera minuziosa, irriverente e approfondita da Amedeo Colella, storico umorista napoletano che dopo 24 anni di centro universitario di ricerca, a 50 anni ha svuotato i cassetti e ha provato a vivere di cultura, di scrittura, di bellezza ( quella di Napoli ).

Un libro che vi aprirà a “sbalorditive rivelazioni” come ad esempio che i famosi Loaker o comunque i biscotti wafer sono in realtà napoletani: Neapolitaner Waffel.

Consigliatissimo come regalo di Natale.

Scopri altre idee regalo

Regalare i coltelli si può. Ecco come annullare la “maledizione”.

Ricevere in regalo dei coltelli per chi come me è appassionato di cucina vi assicuro che sarà gesto graditissimo.

Grandi, piccoli, singoli o in set non importa, fatto sta che risolverete l’ansia della scelta dei regali natalizi.

Se siete però delle persone superstizione allora dovete fare attenzione.
Si perché, soprattutto in Italia, una diffusa credenza popolare vuole che regalare un coltello sia un atto di grande sfortuna.

Altri ancora credono omaggiare qualcuno con lame affilate voglia dire dare un taglio all’amicizia con quella persona.

Disgrazia e sfortuna. La maledizione dei coltelli.

Tutto sembra partire dai Vichinghi, tempi ai quali ricevere un coltello in dono voleva dire essere messi cosi male in ricchezza da non potersene permettere uno.
Ancora in Turchia e Grecia la superstizione diffusa vuole che due amici non debbano mai passarsi il coltello l’un l’altro direttamente. Bisogna appoggiarlo sul tavolo o a terra cosi da poterlo recuperare poi.
Non chiudete mai un coltello aperto da qualcun altro, non leccare la lama del coltello da tavola. Pena disgrazia e sfortuna a vita.

Ma se le credenze popolari creano quindi un problema, nella loro spettacolare tradizione creano anche una soluzione.

Una moneta per annullare la maledizione.

Quindi come poter ricevere in regalo dei coltelli senza finire nella sfortuna più assoluta?

Basterà donare, di cambio, una moneta di qualsiasi valore esso sia alla persona che quei coltelli li sta regalando.

Dunque per tutti i superstizioni, al problema abbiamo una soluzione.

In alternativa potete considerare altre credenze popolari che considerano invece il coltello un vero e proprio talismano che protegge da spiriti malvagi o ancora tenerne uno con il manico nero sotto il cuscino sembra allontani gli incubi.
Insomma, una cosa è certa, regalare coltelli è possibile.

Li ho ricevuti in regalo qualche hanno fa e, vi dirò, non ricordo nemmeno di aver dato in cambio la famosa moneta.

Ricevere coltelli in regalo restando vivi.

Fatto sta che i coltelli lì ho ancora e non sono finito in disgrazia e sfortuna. O comunque non mi sono mai amputato un dito cucinando.

Quindi per natale fate un regalo gradito ai vostri amici appassionati di cucina.

A me hanno regalato questi, ottimo rapporto qualità prezzo.

Ovvio se volete dei coltelli iper professionali, vi consiglio di affidarvi ad aziende di produzione anche italiane ma tutto dipende anche dal vostro budget perché qui il prezzo lievita di un bel pò.

Se il vostro amico è uno chef professionista probabilmente avrà tanti coltelli già a disposizione che avrà scelto personalmente, se invece il vostro amico è un gran appassionato di cucina casalinga allora direi che un pensiero va più che bene.

Che sia grande, piccolo, singolo o in set poco importa.

Piuttosto chiedete di vederli all’opera cosi al posto della moneta di cambio potreste beccarvi una fantastica cena.

STAY CONNECTED

12,098FansLike
1,249FollowersFollow
201SubscribersSubscribe

Gli utlimi articoli

Helsinki senza auto nel 2025 grazie ad un’app

0
Helsinki punterà ad eliminare le auto private entro 10 anni, grazie all’utilizzo di trasporti pubblici integrati e gestiti da un'app. Entro il 2025, la capitale della...